Bisio e quella divisa “non amata”: il sindacato degli agenti attacca il nuovo commissario tv

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Non è certo la prima volta che un attore di successo, abituato a riempire le sale o a far ridere il pubblico televisivo, si trovi a interpretare un ruolo per il quale non possiede alcuna esperienza diretta. Claudio Bisio, protagonista della nuova fiction di Raiuno “Uno sbirro in Appennino”, debutta stasera nei panni di un commissario di Polizia, ma le sue recenti dichiarazioni – quelle in cui ha dichiarato senza troppi giri di parole di “non amare le divise” e di non avere “idea di cosa voglia dire essere poliziotto” – hanno immediatamente innescato la reazione dura e misurata del principale sindacato di categoria. L’Fsp Polizia, attraverso un comunicato stampa diffuso proprio nella giornata del debutto, ha voluto sottolineare come un messaggio tanto brutto, proveniente da un volto così noto, rischi di svuotare di significato il lavoro quotidiano di migliaia di uomini e donne che quella divisa, invece, la indossano ogni mattina. “In quelle ‘divise’ – si legge nella nota – ci sono persone”, non comparse né macchiette, e il timore dell’associazione è che il personaggio interpretato da Bisio risulti “con poca anima e nessuna consapevolezza”, privo cioè di quella profondità umana che pure sarebbe necessaria per raccontare, sia pure in forma romanzata, le dinamiche complesse di chi opera sulle strade o negli uffici investigativi.

La fiction che rinasce tra i monti e le polemiche

Mentre il sindacato alza la voce, i dati di ascolto della prima puntata – andata in onda il 7 aprile – parlano chiaro: oltre 4 milioni di telespettatori, con un picco del 24% di share, hanno seguito le vicende di questo commissario atipico, ambientate sullo sfondo dell’Appennino bolognese. Un territorio, quest’ultimo, che la serie sceglie come vero e proprio protagonista silenzioso, tanto che lo stesso Bisio, da parte sua, ha preferito concentrarsi sugli aspetti paesaggistici e culturali del progetto. “Lo sbirro Claudio Bisio rilancia l’Appennino: fascino fra storia e turismo”, hanno titolato alcuni osservatori locali, richiamando l’attenzione su un luogo sacro per artisti del calibro di Francesco Guccini – che da una vita sceglie queste lande per trovare ispirazione – e del regista Pupi Avati, esattamente 43 anni fa ambientò tra quei monti il suo celebre “La gita scolastica”. Insomma, la fiction sembra voler fare da traino a un intero territorio, e in questo senso il personaggio del commissario diventa, volente o nolente, un ambasciatore mediatico. Peccato che, secondo gli agenti veri, quell’ambasciatore non abbia la minima idea di cosa significhi mettersi la divisa e uscire di casa senza sapere se si tornerà.

Omicidi, escort e cocaina: la battuta che fa discutere

C’è un passaggio, in particolare, che ha fatto sorridere il pubblico in sala durante l’anteprima proiettata al cinema di Lagaro, ma che a qualcuno potrebbe suonare quantomeno ambiguo. Si tratta di una battuta del terzo episodio, “Il caso degli spiriti”, in cui il personaggio di Bisio ironizza sulla quiete apparente dell’altopiano: “In Appennino sta succedendo di tutto: omicidi, escort, cocaina: per anni non succede nulla, poi il finimondo!”. Una frase che gioca sul contrasto tra la calma stereotipata delle zone interne e l’esplosione improvvisa di criminalità, quasi fossero eventi eccezionali e non, invece, il risultato di un lavoro costante di controllo del territorio. Proprio questa leggerezza, per certi versi tipica del genere crime declinato in chiave comica, rischia di entrare in rotta di collisione con la serietà del mestiere che il sindacato difende. Per molti versi, le fiction di Raiuno sono sorprendenti: ogni volta che un poliziotto, un procuratore o un detective improvvisato va in congedo, eccone subito un altro a prenderne il posto, come se il filone giallo fosse una sorta di carosello senza fine. E così il dramma diventa farsa, la commedia sentimentale vira verso il tragico, il nero e il rosa si mescolano.

Un commissario guascone tra Goethe e gli ascolti record

Claudio Bisio, del resto, ha costruito gran parte della sua carriera su un’ironia scanzonata e su una fisicità che mal si presta ai canoni del poliziesco all’americana. Da commissario guascone a detective dell’altipiano, il passo è breve, e i produttori lo sanno bene. Tanto che la serie, nonostante le critiche, ha già conquistato una fetta importante di pubblico, quella stessa che forse non cerca la verità processuale o investigativa, ma un intrattenimento leggero capace di valorizzare i panorami e le atmosfere. Eppure, c’è un dato che non si può ignorare: il sindacato degli agenti ha colto un nodo reale, ovvero il divario tra la rappresentazione mediatica delle forze dell’ordine e la loro esperienza quotidiana. “In quelle divise ci sono persone”, hanno ribadito dalla Fsp Polizia, e non sembra una frase retorica. Perché se è vero che un attore non deve necessariamente aver fatto il poliziotto per interpretarne uno, è altrettanto vero che dichiarare pubblicamente di non avere alcuna idea di cosa significhi quel lavoro – e di non amare nemmeno la divisa – appare, quanto meno, una scelta comunicativa rischiosa. Il pubblico, intanto, continua a guardare: e chissà che il prossimo episodio non faccia segnare un altro record, magari proprio grazie a quella leggerezza che i poliziotti veri, nel chiuso delle loro camere di sicurezza o lungo le statali dell’Appennino, non possono permettersi.

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