Giorgia Meloni torna all'attacco: "I giudici bloccano i rimpatri anche per chi stupra i minori"
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Redazione Interno
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All'indomani delle comunicazioni in Parlamento in vista del prossimo Consiglio Europeo, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha riacceso i riflettori sul protocollo migratorio con l'Albania, utilizzando l'aula di Palazzo Madama per una nuova e dura requisitoria contro la magistratura. Nel mirino della premier, questa volta, non è finita soltanto la mancata attivazione delle strutture di Gjadër e Shengjin, ma anche e soprattutto la revoca dei trattenimenti per soggetti con precedenti penali gravi, inclusi reati sessuali su minori. Un passaggio, quest'ultimo, che Meloni ha definito con tono desolato come una conseguenza "ingiustificabile" alla luce del diritto nazionale ed europeo, nonché del comune sentire.
La polemica, come è naturale che sia in una fase politica così densa di appuntamenti, si inserisce nel clima rovente che precede il referendum sulla giustizia, in programma tra meno di due settimane. L'operazione del governo, a giudizio della deputata del Partito Democratico Rachele Scarpa, si configurerebbe come una precisa strategia comunicativa, un "scaricabarile" a tavolino studiato per l'ultima settimana di campagna elettorale. Secondo l'esponente dem, l'esecutivo avrebbe riempito i centri albanesi nella consapevolezza che sarebbero arrivate nuove ordinanze di diniego, proprio per alimentare lo scontro istituzionale e dipingere le toghe come un ostacolo alla volontà popolare in materia di sicurezza e immigrazione.
Il nodo giuridico e l'attesa per l'Europa
Al di là delle dichiarazioni politiche, che ovviamente infiammano il dibattito pubblico, la questione affonda le sue radici in un terreno prettamente tecnico-giuridico, sul quale la stessa Corte d'Appello di Roma ha espresso più di un dubbio. I giudici capitolini, chiamati a pronunciarsi sulla convalida dei trattenimenti, hanno più volte sollevato perplessità sulla legittimità dell'intero impianto del Protocollo con Tirana, rinviando gli atti alla Corte di Giustizia Europea perché si esprima, una volta per tutte, sulla compatibilità di questi centri extra-Ue con le direttive comunitarie.
Il cuore del problema, che i legali dei migranti respinti non mancano di sottolineare, risiede nel fatto che Meloni commenterebbe sentenze che forse non ha mai letto integralmente. La normativa europea, in particolare la direttiva sulle procedure d'asilo, stabilisce infatti che i richiedenti protezione hanno il diritto di rimanere nel territorio dello Stato membro fino alla decisione sulla loro domanda. Un principio, questo, che mal si concilia con la loro permanenza in strutture localizzate in uno Stato terzo come l'Albania, considerate alla stregua di zone di frontiera ma prive, di fatto, delle garanzie giurisdizionali proprie del suolo europeo.
Lo spettro della Corte di Giustizia e i "Paesi sicuri"
L'impasse attuale, che vede i migranti rimbalzare da una sponda all'altra dell'Adriatico in un costoso e inefficace "ping pong", è destinata a rimanere tale almeno fino a giugno. È in quella data, infatti, che è attesa la pronuncia della Corte di Giustizia europea chiamata a sciogliere i nodi sulla definizione dei "paesi di origine sicuri" e sulla stessa titolarità dell'Italia a siglare accordi bilaterali in una materia di competenza concorrente con l'Unione. Il governo, dal canto suo, confida nel nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, convinto che la sua entrata in vigore possa spazzare via ogni eccezione e rendere i centri pienamente operativi.
Tuttavia, anche questo ottimismo, che pure la premier ha ribadito con forza in Parlamento, si scontra con interpretazioni meno scontate della riforma. Non manca chi fa notare, infatti, che il regolamento Dublino e le nuove procedure accelerate di frontiera continuerebbero a richiedere che i richiedenti asilo attendano l'esito della pratica sul territorio dello Stato membro. Un dettaglio non da poco, questo, che rischia di rendere vani gli sforzi diplomatici e normativi fin qui profusi, confermando di fatto l'orientamento già espresso dalla Corte d'Appello di Roma.
I numeri del fallimento e la sicurezza
A rendere ancora più spinosa la posizione dell'esecutivo è la natura stessa dei migranti finiti al centro della bufera. Meloni, nel suo intervento, ha voluto puntare il dito contro casi specifici di individui condannati per reati di spaccio, resistenza a pubblico ufficiale e violenza sessuale, anche di gruppo e su minori, ai quali sarebbe stato impedito il rimpatrio a causa di una richiesta d'asilo presentata in modo, a suo dire, strumentale. Un argomento, questo, che tocca le corde dell'opinione pubblica e che mira a evidenziare una presunta incapacità del sistema giudiziario di distinguere tra richiedenti asilo in buona fede e soggetti pericolosi.
La realtà normativa, però, è che il diritto di chiedere protezione internazionale, sancito dalla Convenzione di Ginevra, è un diritto assoluto e imprescindibile, esercitabile in qualsiasi momento, anche da parte di chi ha precedenti penali. La domanda, una volta presentata, trasforma l'irregolare in richiedente asilo, facendo scattare tutele che il centro di Gjadër, in Albania, non è in grado di garantire, o almeno non secondo i parametri richiesti dalla giurisprudenza europea. E così, mentre il governo insiste nel definire le decisioni dei magistrati come atti di sabotaggio, la macchina dei rimpatri resta inceppata, in attesa che siano i giudici di Lussemburgo, e non quelli di Roma, a scrivere la parola fine su questa vicenda.




