Caro carburanti, il Pd Sicilia lancia l’allarme: “Rischiamo il blocco dei traghetti” mentre l’autotrasporto si ferma per cinque giorni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
L’onda lunga della crisi energetica, alimentata dall’instabilità geopolitica in Medio Oriente e dalla conseguente impennata del prezzo del greggio, rischia di interrompere non solo i collegamenti aerei – già messi in ginocchio dalla carenza di cherosene – ma anche il traffico marittimo da e per le isole maggiori e minori. È questo il grido d’allarme lanciato ufficialmente dal Pd Sicilia, che denuncia un atteggiamento “immobile e silente” da parte dell’esecutivo nazionale. I rincari vertiginosi del carburante, spiega il partito attraverso il suo segretario regionale Anthony Barbagallo, potrebbero presto costringere gli armatori a tenere le navi ferme in porto; una prospettiva, quest’ultima, che getta un’ombra pesante non solo sulla mobilità quotidiana dei residenti – che conta oltre 6,5 milioni di cittadini insulari – ma anche sull’imminente stagione turistica, da sempre volano economico fondamentale per il Mezzogiorno.
La protesta silenziosa del trasporto merci
Mentre il dibattito politico si concentra sull’emergenza dei voli, è un altro fronte, quello del gasolio, a preoccupare seriamente gli analisti economici. Se la benzina colpisce il portafoglio degli automobilisti in modo diretto e visibile, il diesel rappresenta un’infrastruttura invisibile ma vitale: alimenta la quasi totalità del trasporto merci su gomma – si pensi che oltre il 90% delle merci viaggia su strada – e il suo rincaro, che ha ormai superato stabilmente i 2 euro al litro, innesca un pericoloso effetto domino su tutta la filiera produttiva, dall’agricoltura all’industria. Di fronte a questa pressione insostenibile, il comparto dell’autotrasporto ha deciso di passare dalle parole ai fatti. L’intera categoria, come reso noto dal coordinamento Unatras al termine delle assemblee tenutesi nel fine settimana, è orientata verso la sospensione dei servizi. La richiesta, definita “univoca”, unisce imprese strutturate e piccole realtà, tutte accomunate dalla stessa difficoltà a fronteggiare costi che continuano a salire senza che dal governo arrivino risposte concrete.
La Sicilia in prima linea e lo spettro del blocco nazionale
Il terreno di scontro più caldo, in queste ore, è la Sicilia. A partire dalla mezzanotte di oggi, gli autotrasportatori dell’isola hanno iniziato un fermo di cinque giorni che mira a un obiettivo preciso: paralizzare i rifornimenti alla Grande Distribuzione Organizzata (GDO). L’intento dichiarato è quello di far toccare con mano ai cittadini – attraverso il rischio di scaffali vuoti nei supermercati – il ruolo strategico dei camion nel trasporto dei generi alimentari. L’azione dei siciliani, che paralizzerà le operazioni di carico e scarico nei porti, potrebbe rappresentare solo l’antipasto di una mobilitazione molto più ampia. Unatras, che riunisce le principali associazioni di categoria, ha infatti convocato il comitato esecutivo nazionale per venerdì 17 aprile: in quella sede, salvo colpi di scena, dovrebbe essere ratificata la decisione di estendere il blocco all’intera penisola. Un fermo generale che metterebbe in ginocchio la logistica del Paese, acuendo una crisi che già oggi viene aggravata da una “committenza irresponsabile” – accusata di spremere i margini degli autotrasportatori fino a 40 centesimi al litro – e da un governo che, nonostante le promesse di un credito d’imposta, non ha ancora sbloccato i decreti attuativi necessari.
Il peso delle accise e la tensione sull’economia reale
La questione, però, non è solo immediata, ma tocca le corde profonde del sistema economico nazionale. Se è vero che il governo ha ridotto le accise per cercare di calmierare i prezzi alla pompa, questa misura appare agli occhi degli operatori come una goccia in un oceano di difficoltà strutturali. A pesare come un macigno è la combinazione letale tra l’aumento dei prezzi industriali del carburante – complice la chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz – e l’incapacità del ministero dell’Economia di trovare un accordo con Bruxelles sul regime degli aiuti di Stato, fondamentale per garantire il credito d’imposta senza violare i parametri del “de minimis”. In assenza di un intervento rapido che vada oltre la propaganda, il rischio concreto è che l’inflazione, già in risalita, venga alimentata ulteriormente da un aumento dei prezzi dei beni di largo consumo. Per le famiglie italiane, e in particolare per quelle delle isole, il pericolo non è tanto quello di rimanere a piedi, ma quello di dover fare i conti con un aumento generalizzato del costo della vita, dove ogni prodotto, dal latte allo shampoo, si farà carico del prezzo maggiore pagato per trasportarlo su gomma o via mare.




