Caro carburanti, l’autotrasporto si ferma e le compagnie petrolifere incassano 24 miliardi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Mentre i prezzi alla pompa continuano a salire senza sosta, spinti dalle tensioni geopolitiche che hanno reso lo Stretto di Hormuz una polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro, le grandi compagnie petrolifere si preparano a incassare una pioggia di profitti straordinari. A rivelarlo è un nuovo rapporto dell’ong Transport & Environment (T&E), secondo cui il solo 2026 porterà nelle casse dei colossi dell’energia ben 24 miliardi di euro in più, una cifra destinata a lievitare ulteriormente se i prezzi del greggio rimarranno stabili sugli attuali livelli. Il meccanismo, per quanto crudele, è semplice: quando il petrolio sale per ragioni belliche o per crisi diplomatiche, i costi di produzione dei carburanti restano invece sostanzialmente invariati, e quindi i margini lungo l’intera filiera – dalle raffinerie ai distributori – si dilatano in modo esponenziale. E a pagare il conto salato sono sempre gli stessi, cioè gli automobilisti europei che ogni giorno, per riempire il serbatoio, devono mettere mano al portafoglio molto più pesantemente di quanto accadesse prima del conflitto in Medio Oriente.
Margini alle stelle e un conto da 150 milioni al giorno
Per farsi un’idea della portata del fenomeno, bastano pochi numeri: riempire un serbatoio da 55 litri di gasolio, oggi, costa quasi 27 euro in più rispetto a prima dell’inizio delle ostilità. Un rincaro che, moltiplicato per i milioni di automobilisti del continente, genera un trasferimento di ricchezza impressionante verso le compagnie petrolifere – si stima che i soli automobilisti europei paghino ogni giorno un sovrapprezzo di circa 150 milioni di euro. La stessa ong, che è la principale voce critica in tema di mobilità pulita in Europa, sottolinea come nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i margini delle raffinerie comunitarie siano addirittura triplicati. E oggi, con la guerra in Medio Oriente che ha tagliato un’altra fondamentale arteria dell’approvvigionamento energetico, la storia si ripete identica: i prezzi del gasolio hanno superato la soglia psicologica dei 2 euro al litro in molti Paesi, toccando punte ben più alte, e la benzina non è certo da meno. L’allarme di T&E è chiaro: così come accadde nel biennio 2022-2023, quando una tassa temporanea sugli extraprofitti fruttò circa 28 miliardi di euro da destinare a sostegno delle famiglie, sarebbe necessario reintrodurre subito un meccanismo simile per spezzare questo circolo vizioso che vede i cittadini penalizzati due volte – prima dall’inflazione e poi dall’assenza di ammortizzatori sociali adeguati.
Il grido d’allarme del viceministro Rixi e il rischio effetto domino
Nel mezzo di questa tempesta perfetta, arriva la voce del viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, che in una recente intervista ad Astrea ha usato parole pesanti per descrivere la situazione. La chiusura di Hormuz, spiega Rixi, non è una crisi congiunturale destinata a risolversi in poche settimane, ma una crisi strutturale che ha messo a nudo tutte le fragilità di un’Europa dipendente dalle importazioni di greggio e priva di una vera politica energetica comune. “Con il gasolio costantemente sopra i 2 euro e 10 centesimi al litro – ha dichiarato – l’autotrasporto lavora in perdita. E il rischio concreto è un effetto domino sull’inflazione, a partire dai beni di prima necessità come l’ortofrutta e il latte”. Il viceministro, che nei mesi scorsi ha più volte sollecitato un cambio di passo a livello europeo, punta il dito contro le rigidità del Patto di Stabilità – unico strumento che impedisce agli Stati di reagire con la necessaria flessibilità di fronte a una crisi energetica dalle dimensioni straordinarie. Il taglio delle accise, già messo in campo dal governo italiano per 25 centesimi al litro, non basta più: il prezzo industriale del carburante è schizzato così in alto da vanificare qualsiasi effetto calmierante, e i primi segnali preoccupanti arrivano dai supermercati, dove il prezzo del latte è già arrivato a 2,10 euro al litro a causa dei maggiori costi di trasporto.
Un settore in ginocchio tra misure globali e silenzi europei
Mentre in Europa si discute se reintrodurre o meno la tassa sugli extraprofitti petroliferi, il resto del mondo – e in particolare il Sud-est asiatico – ha già messo in campo misure drastiche per contenere i consumi energetici. In Myanmar, ad esempio, il telelavoro è diventato obbligatorio il mercoledì e sono state introdotte le targhe alterne per i privati; in Pakistan e nelle Filippine è stata varata la settimana corta di quattro giorni lavorativi nel settore pubblico; in Thailandia le autorità raccomandano il ricorso al car pooling e allo smart working, mentre in Laos e Malaysia si stanno sperimentando turni a rotazione per ridurre la pressione sulle riserve di carburante. Misure che, per quanto emergenziali, testimoniano la gravità della situazione – un quadro che in Europa, almeno per ora, non trova risposte altrettanto concrete. A pagare il prezzo più alto è proprio l’autotrasporto, che in Italia rischia il collasso: secondo le stime di Confartigianato, con il gasolio sopra i 2 euro al litro l’incidenza del carburante sui costi operativi di un mezzo pesante supera ormai l’85%, rendendo di fatto impossibile qualsiasi attività economica. E il paradosso, denunciato dallo stesso Rixi, è che l’Europa ha puntato tutto sulla transizione ecologica senza costruire alternative reali al diesel, che ancora oggi muove il 92% delle merci su gomma – e i camion, si sa, non viaggiano certo né a batteria né a energia solare.
I numeri della discordia e la necessità di uno scatto d’orgoglio
Al di là delle polemiche politiche, i numeri parlano un linguaggio crudo e inoppugnabile: 24 miliardi di euro di profitti straordinari per le compagnie petrolifere nel solo 2026, a fronte di 45 miliardi che invece andranno ai produttori di greggio extracomunitari – soldi che escono dall’Europa per non fare più ritorno. E mentre il governo italiano cerca di tamponare l’emergenza con misure tampone come il taglio delle accise e i 5 centesimi aggiuntivi ottenuti dai concessionari autostradali, il viceministro Rixi lancia un appello al nucleare come unica soluzione strutturale per garantire stabilità al sistema energetico italiano ed europeo. “Se avessimo iniziato nel 2020 – ha affermato – oggi saremmo in una situazione diversa”. Ma il tempo delle ipotesi è ormai scaduto: con il gasolio che continua a viaggiare stabilmente sopra i 2 euro al litro e le raffinerie che allargano i propri margini giorno dopo giorno, l’unica certezza è che il conto salatissimo della crisi energetica lo stanno pagando, ancora una volta, i cittadini e gli autotrasportatori – gli ultimi anelli di una catena che sembra non avere mai fine.




