La nuova geografia della montagna che esclude seicento comuni finisce al Tar
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Redazione Interno
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Era il 20 febbraio scorso quando il governo ha varato il dpcm che riscrive i confini amministrativi della montanità, un provvedimento attuativo della legge n. 131 del 2025 che, a conti fatti, ha tagliato fuori oltre seicento Comuni italiani dai benefici un tempo riservati alle aree svantaggiate. La reazione, prevedibile nella sua durezza ma sorprendente per l’ampiezza del fronte mobilitato, è arrivata ieri con il deposito di un ricorso collettivo presso il Tar del Lazio: l’azione legale – curata dall’avvocato Lorenzo Lentini e sostenuta dall’associazione Asmel – punta a far riesaminare una riforma che, in nome di una maggiore rigidità parametrica, rischia invece di spopolare ulteriormente l’entroterra appenninico.
L’altimetria non basta, dicono i sindaci: e la scuola arranca
Il cuore della contestazione risiede nei nuovi criteri di classificazione, che riducono la nozione di “Comune montano” a un mero dato matematico fatto di pendenza e altitudine, dimenticando – secondo i ricorrenti – la lezione delle politiche di coesione europea. Non basta che un territorio sia impervio, dissestato o mal collegato; se non raggiunge determinate soglie morfometriche (definite dal governo come insormontabili), perde automaticamente l’accesso a fondi strutturali, sgravi fiscali e deroghe scolastiche. La posta in gioco è altissima, come dimostrano le parole dei primi cittadini: ci sono bambini che, in paesi come Marzabotto o Castiglione Messer Raimondo, rischiano di vedere accorpate o chiuse le proprie scuole perché il nuovo status montano non garantisce più la deroga sui numeri minimi di alunni.
Asmel e il fronte dei legali: l’Appennino dimenticato
A sostenere l’impugnativa non c’è solo lo studio legale di Lentini, ma una galassia di amministrazioni locali che incrocia trasversalmente lo Stivale: dai 29 Comuni liguri che hanno aderito al ricorso principale, fino alle reti territoriali che raccolgono altri venti municipi dell’Astigiano, trenta della Romagna e diverse realtà marchigiane, queste ultime supportate anche da Cia Marche. L’associazione agricola, infatti, ha manifestato piena solidarietà ai territori esclusi, condividendo le contestazioni mosse a un provvedimento ritenuto penalizzante per l’economia agricola dell’entroterra. Se a questo si aggiungono le adesioni provenienti da Umbria, Abruzzo e Puglia – dove il caso di Carlantino, strozzato dalla presenza della diga di Occhito che ne abbassa la quota media, è diventato paradigmatico – si capisce perché gli addetti ai lavori parlino di una mobilitazione senza precedenti.
La legge Calderoli e il paradosso dei parametri rigidi
La normativa voluta dal governo, che abolisce di fatto la distinzione tra Comuni “totalmente” e “parzialmente” montani, ha prodotto una geografia della resilienza a macchia di leopardo: sono rimasti fuori centri storici e aree interne del Sud Italia che pure soffrono di isolamento cronico e spopolamento, mentre la nuova platea dei beneficiari si è inspiegabilmente ristretta. Dal canto loro, le istituzioni ministeriali hanno replicato che i fondi per lo sviluppo delle aree montane restano invariati (circa 200 milioni di euro all’anno) e che i Comuni declassati possono comunque accedere ai finanziamenti per le aree interne, sebbene queste ultime facciano capo a un diverso dicastero. Una risposta, quella del ministero, che i sindaci giudicano insufficiente: senza lo status formale, viene a mancare la leva dei crediti d’imposta per le imprese agroalimentari, degli sgravi contributivi per il lavoro agile e dei punteggi doppi nei concorsi per il personale sanitario.
Una partita che si gioca nelle aule della giustizia amministrativa
I legali che sottoscrivono l’atto di impugnativa – tra cui figurano professionisti dei fori di Perugia e Alessandria – hanno sollevato una questione di legittimità costituzionale, sostenendo che la scelta di ignorare i fattori socioeconomici violi i principi di uguaglianza e coesione territoriale. Al momento, i giudici del Tar dovranno pronunciarsi sulla richiesta di sospensiva: se accolta, gli effetti del dpcm potrebbero essere immediatamente bloccati, restituendo fiato a quelle comunità che vivono con l’angoscia di vedere il prossimo anno scolastico già segnato. È una partita complicata, certo, e il governo difenderà la sua riforma invocando la certezza dei parametri; ma se c’è una cosa che la cronaca amministrativa italiana insegna, è che la montagna, quando si sente tradita, sa farsi sentire.




