Referendum falliti, la sinistra paga il boicottaggio e le divisioni interne
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Redazione Interno
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Il quorum non è stato raggiunto, com’era prevedibile, e i cinque referendum abrogativi – sostenuti soprattutto da Avs e Pd – si sono trasformati in un autogol per la sinistra. Un esito che, al di là delle dichiarazioni di facciata, era nell’aria già da settimane, considerando il boicottaggio attivo del centrodestra e le divisioni emerse persino nel campo progressista. A certificarlo è l’analisi Swg per il Tg La7 del 9 giugno, che ha incrociato i dati sull’affluenza con le preferenze dell’elettorato, mostrando come il voto sia stato sostenuto principalmente da chi si riconosce nelle forze di sinistra.
La questione, però, va oltre la contingenza politica e riapre il dibattito sull’utilità stessa del referendum abrogativo, strumento sempre più marginale nel panorama istituzionale italiano. L’ultimo a superare il quorum risale al 2011, quando si votò sull’acqua pubblica, mentre oggi – come sottolineano i costituzionalisti – le norme che lo regolano appaiono anacronistiche. «Il meccanismo del quorum, pensato per garantire una partecipazione ampia, finisce per svuotare di senso la consultazione», osserva Dimitri Girotto, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Udine. Un paradosso che rende lo strumento sempre più inefficace.
Elly Schlein, intervistata da la Repubblica il 10 giugno, ha provato a ridimensionare la sconfitta, sostenendo che «14 milioni di elettori hanno comunque espresso la loro volontà». Ma i numeri dicono altro: il mancato raggiungimento del quorum, unito al 40% di «no» sulla cittadinanza accelerata per gli immigrati, segnala una frattura anche tra i sostenitori della sinistra. Un dato che, se da un lato conferma la campagna di ostilità condotta dal governo Meloni, dall’altro rivela le incertezze di un elettorato progressista sempre più frammentato.




