L’offerta di Teheran sullo Stretto di Hormuz incontra lo scetticismo di Trump

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La proposta avanzata nei giorni scorsi dall’Iran, che prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz in cambio della revoca del blocco navale imposto dagli Stati Uniti e della fine delle ostilità, è stata accolta con freddezza dalla Casa Bianca. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita fonti ufficiali statunitensi, il presidente Trump e i suoi principali consiglieri per la sicurezza nazionale, riunitisi nella Situation Room, hanno espresso forti dubbi sulla reale volontà di Teheran di chiudere l’accordo, in particolare per quanto riguarda il rinvio delle trattative sul programma nucleare a una fase successiva. In sostanza, l’amministrazione americana, pur non avendo ancora respinto ufficialmente l’intesa, sembra orientata a presentare delle controproposte nei prossimi giorni, considerando inaccettabile l’ipotesi di lasciare in sospeso la questione dell’arricchimento dell’uranio.

I nodi dell’intesa e la linea rossa sul nucleare

L’architettura dell’accordo proposto da Teheran prevedrebbe una road map articolata in più fasi: un immediato cessate il fuoco seguito dalla riapertura del corridoio marittimo, strategico per i rifornimenti energetici globali, mentre i colloqui più complessi – quelli relativi all’allontanamento del pericolo di una bomba atomica – verrebbero rimandati. È proprio questo meccanismo di “posticipo” a risultare indigesto allo staff di Trump; il segretario di Stato Marco Rubio ha definito la bozza “non accettabile”, ribadendo che gli Stati Uniti non intendono negoziare attraverso i media e che le cosiddette “linee rosse” tracciate dal presidente, tra cui l’impossibilità per l’Iran di dotarsi di un’arma nucleare, restano invalicabili. Un funzionario a conoscenza dei retroscena ha rivelato che Trump considera la mossa iraniana come un tentativo di guadagnare tempo prezioso, sottraendosi agli impegni più gravosi, come lo smantellamento delle scorte di uranio altamente arricchito.

La situazione sul terreno e i contrasti interni all’amministrazione

Mentre la diplomazia arranca, la pressione militare e commerciale sul paese persiano rimane altissima. Il blocco de facto imposto dalla marina americana ha paralizzato le esportazioni petrolifere iraniane, portando a un’impennata dei depositi di greggio in loco, con il rischio concreto – secondo alcuni analisti – di un collasso della capacità di stoccaggio nel giro di poche settimane. Nonostante la linea dura sostenuta pubblicamente dalla Casa Bianca, trapela un certo nervosismo all’interno dell’esecutivo; il vicepresidente J.D. Vance, come riportato dall’Atlantic, avrebbe messo in discussione le ottimistiche valutazioni fornite dal Pentagono riguardo all’andamento del conflitto e al consumo delle riserve missilistiche statunitensi, segno di una crescente insofferenza verso una guerra che sta logorando anche gli alleati politici di Trump.

La reazione di Teheran e il ruolo dei mediatori

Sul fronte opposto, Teheran gioca la sua partita su più tavoli. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, dopo un tour diplomatico in Pakistan e Oman, ha incontrato a San Pietroburgo il presidente russo Vladimir Putin, ottenendo il sostegno di Mosca che ha definito il proprio rapporto con l’Iran una “partnership strategica” volta a ristabilire la stabilità nella regione. I canali mediati da Islamabad restano aperti, ma la posizione iraniana appare ferma: nessuna trattativa senza la rimozione delle sanzioni e delle barriere operative che strangolano l’economia locale. La tensione è palpabile, con le prime navi cargo (tra cui una carica di Gnl) che hanno timidamente ricominciato a solcare le acque dello Stretto di Hormuz, in una sorta di tregua precaria che potrebbe essere spezzata da un nuovo scambio di accuse o da un atto ostile. Lo stallo, insomma, sembra destinato a protrarsi, con entrambe le parti che si studiano a distanza in attesa di vedere chi batterà per primo le ciglia.

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