Lo Stabilicum, il testo fantasma e i listini bloccati: viaggio nei paradossi della nuova legge elettorale
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Redazione Interno
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C’è una legge, ma anche no. Sul sito della Camera, il disegno di legge AC 2822 risulta depositato dal 26 febbraio, con tanto di numero di protocollo che ne certificherebbe l’esistenza formale, eppure del testo – di quello vero, sostanziale, fatto di articoli e comma – non v’è traccia. Stessa identica sorte al Senato, dove il gemello AS 1822 giace in un limbo digitale che somiglia tanto a quelle pratiche ferme in un cassetto, in attesa che qualcuno le riesuma. La maggioranza, che pure aveva annunciato trionfalmente l’intesa raggiunta nella notte tra il 25 e il 26 febbraio dopo una riunione fiume degli sherpa a via della Scrofa -7, ha depositato l’ossatura di una riforma che si chiama “Stabilicum” – nome che, a tacer d’altro, evoca più uno stato di precario equilibrio che una solida architettura istituzionale – ma il cuore pulsante del provvedimento, quello che stabilisce chi e come verrà eletto, resta avvolto nella nebbia.
Il ritorno dei listini bloccati e la scomparsa della scelta
L’aspetto forse più controverso, e che sta scivolando quasi in sordina nel dibattito pubblico concentrato su premi e ballottaggi, riguarda il metodo di selezione dei parlamentari. La nuova architettura concepita dal centrodestra cancella di fatto i collegi uninominali – quelli, per intenderci, dove vince chi prende un voto in più – e con essi anche la possibilità per l’elettore di esprimere una preferenza. Al loro posto tornano i listini bloccati: i 400 deputati e i 200 senatori verrebbero eletti su liste corte, da due a sei candidati, ma senza che il cittadino possa incidere sull’ordine o sulla scelta del singolo. Un meccanismo, questo, che di fatto consegna ai segretari di partito – o peggio, ai capi-corrente – il potere di decidere chi siederà in Parlamento, trasformando l’elezione in una nomina burocratica.
Fratelli d’Italia, per bocca del suo organizzatore Giovanni Donzelli, ha già annunciato che presenterà emendamenti per reintrodurre le preferenze -3, ma lo scetticismo di Lega e Forza Italia – con i primi che difendono i collegi uninominali perché garantirebbero al Carroccio una rendita di posizione al Nord -2 – rende l’esito tutt’altro che scontato. Il paradosso è che mentre la premier dichiara in teoria di voler restituire la scelta ai cittadini, il testo base depositato fa esattamente il contrario: toglie ogni potere all’elettore, ridotto a mero spettatore di una partita giocata tutta nelle segreterie dei partiti.
Il premio di maggioranza e i suoi fantasmi tecnici
L’impianto generale, al netto delle assenze testuali, sembra ormai definito nei suoi capisaldi. Si tratta di un sistema proporzionale puro, corretto da un premio di maggioranza che scatta se una coalizione raggiunge il 40% dei voti validi a livello nazionale: 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato. Una soglia che i costituzionalisti guardano con sospetto, non tanto per la percentuale in sé – già giudicata ammissibile dalla Consulta ai tempi dell’Italicum – quanto per l’entità del premio. Il testo fissa un tetto massimo: chi vince non può superare i 230 seggi alla Camera (il 57,5%) e i 114 al Senato (57%). Numeri che, secondo esperti come Stefano Ceccanti, rischiano di sfondare il limite del 55% che la Corte costituzionale aveva indicato come argine invalicabile per non stravolgere il principio di rappresentatività.
Se nessuno raggiunge il 40%, si va al ballottaggio tra le due coalizioni più votate, purché abbiano superato il 35%. E qui i tecnici sollevano un altro interrogativo: cosa succede se alla Camera si supera la soglia e al Senato no? Oppure, scenario di scuola ma non impossibile, se i due rami del Parlamento assegnano il premio a due coalizioni diverse? Domande che restano sospese, perché il testo – quello che ancora non si vede – probabilmente non dà risposte.
Le simulazioni e gli equilibri interni alle coalizioni
Le proiezioni di YouTrend per SkyTg24, basate sugli attuali sondaggi, dipingono uno scenario netto: con lo Stabilicum il centrodestra otterrebbe circa 228 seggi alla Camera e 113 al Senato, pari al 57% del totale, mentre con l’attuale Rosatellum nessuna coalizione avrebbe la maggioranza. Un’ipoteca sul futuro che spiega l’accelerazione impressa dalla maggioranza, ma che apre anche crepe al suo interno. Perché se è vero che lo schieramento guidato da Giorgia Meloni nel complesso guadagnerebbe, è altrettanto vero che la Lega rischierebbe di dimezzare i suoi eletti – dai 59 attuali a una forchetta tra 31 e 37 – proprio per effetto dell’abolizione dei collegi uninominali dove il partito di Salvini eccelleva.
Mentre le opposizioni gridano alla legge truffa – con Stefano Patuanelli del M5S che parla di «distorsione pericolosa della rappresentatività» – l’impressione è che il vero scontro si giocherà sulle pieghe del testo, quando finalmente il fantasma di carta depositato alla Camera prenderà forma. E sullo sfondo resta l’ennesimo paradosso tutto italiano: una legge che si chiama Stabilicum, ma che di stabile ha solo l’incertezza della sua stessa esistenza.




