Reichlin: salari bassi e giovani in fuga, l'Italia è l'Europa al cubo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Arriviamo a questa fase di grande turbolenza internazionale in una posizione di relativa forza e stabilità politica. Dieci anni fa nessuno poteva immaginare che al centro di un marasma del genere non ci sarebbe stata l'Italia. È il ragionamento di Lucrezia Reichlin, docente alla London Business School, che in una recente analisi ha messo in fila i nodi irrisolti del Paese: salari bassi, produttività ferma e giovani che continuano a partire.
«L'Italia ha gli stessi problemi dell'Europa, al cubo», ha sintetizzato, invitando ad abbandonare la retorica secondo cui il nostro Paese andrebbe meglio della Germania.
Salari reali in arretramento dal 1990
Il quadro tratteggiato dall'economista trova conferma nei dati storici. Tra il 1990 e il 2025 il salario reale medio in Italia è sceso del 2 per cento, mentre nello stesso arco di tempo la media dei Paesi dell'area Ocse è cresciuta del 36 per cento. In Germania e Francia l'incremento ha toccato il 35 per cento, in Spagna il 16 per cento. Il risultato è che un lavoratore dipendente a tempo pieno guadagna in Italia 36.594 euro lordi l'anno, contro i 66.700 della Germania e i 45.964 della Francia.
La stagnazione non è soltanto un fenomeno recente. L'Italia è tra i cinque Paesi dell'Unione europea a non aver introdotto un salario minimo legale, e a differenza di Danimarca, Svezia e Austria, che compensano con sistemi di contrattazione collettiva molto forti, il modello italiano mostra crepe sempre più evidenti. Il punto di svolta risale agli anni Novanta, quando l'ingresso nell'euro e la fine della scala mobile hanno cambiato le regole del gioco senza che venissero introdotti meccanismi alternativi di sostegno alle retribuzioni.
La manovra 2026 e gli interventi in busta paga
Sul fronte delle politiche pubbliche, la legge di Bilancio per il 2026 mette in campo un intervento complessivo di circa 22 miliardi di euro, con misure concentrate sui redditi più bassi e sul ceto medio. La seconda aliquota Irpef, quella che riguarda i redditi tra 28.000 e 50.000 euro, scende dal 35 al 33 per cento, mentre per i redditi superiori a 200.000 euro la riduzione non trova applicazione.
Per i lavoratori dipendenti del settore privato arrivano due regimi sostitutivi. Il primo riguarda gli aumenti retributivi erogati nel 2026 in attuazione di contratti collettivi nazionali rinnovati tra il 2024 e il 2026: su queste somme si applica un'imposta sostitutiva del 5 per cento, ma solo per chi ha un reddito fino a 33.000 euro. Il secondo prevede una flat tax del 15 per cento su maggiorazioni e indennità per lavoro notturno, festivo e a turni, entro un limite complessivo di 1.500 euro, per i redditi fino a 40.000 euro.
Restano esclusi gli straordinari ordinari e gli arretrati una tantum legati alla copertura dei periodi di carenza contrattuale.
Il nodo dei giovani e delle partenze
Nel ragionamento di Reichlin la questione salariale si intreccia con quella demografica. «Siamo da decenni esportatori di cervelli, rischiamo di trasformarci in un Paese di turismo e pensionati», ha osservato, sottolineando la necessità di investire in capitale umano e in scelte di lungo periodo. I numeri delle partenze raccontano una storia in movimento: nel 2025 gli italiani emigrati sono stati poco più di 109.000, in calo rispetto ai circa 141.000 dell'anno precedente. La flessione riguarda soprattutto la fascia tra i 18 e i 39 anni, scesa da oltre 88.000 a circa 64.000.
Un dato che non cancella però il saldo negativo complessivo, con 109.000 espatri a fronte di 56.000 rimpatri nel 2025, e un'età media di chi parte ferma sui 34 anni. Il Mezzogiorno continua a pagare il prezzo più alto in termini di capitale umano: tra il 2019 e il 2025 le regioni meridionali hanno perso 150.000 giovani laureati nella fascia 25-34 anni.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
