Infermieri in fuga dal servizio sanitario: salari bassi e carichi insostenibili

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Servizio Sanitario Nazionale sta perdendo pezzi, e uno dei più importanti è quello rappresentato dagli infermieri. Ogni anno, più di diecimila lasciano il settore pubblico, spinti da stipendi che non tengono il passo con l’inflazione, turni estenuanti e condizioni di lavoro sempre più precarie. I dati del recente rapporto della Fondazione GIMBE non lasciano dubbi: quello che era un problema latente è diventato un’emergenza strutturale, con differenze territoriali che acuiscono il divario tra Nord e Sud. Se in Liguria si contano 7,01 infermieri ogni mille abitanti, in Campania la cifra crolla a 3,83, ben al di sotto della media nazionale di 5,13.

Mentre la carenza di medici occupa spesso i titoli dei giornali, la fuga degli infermieri dal SSN resta un fenomeno sottovalutato, nonostante i numeri parlino chiaro. Nel 2022, quasi settemila professionisti su 268mila hanno scelto di abbandonare il pubblico, preferendo il privato o l’estero. Un esodo che, rispetto al 2016, è più che triplicato, segnando un trend in costante crescita. Le ragioni sono note: oltre ai già citati salari insufficienti, pesano la mancanza di riconoscimento professionale e il rischio, sempre più concreto, di aggressioni sul posto di lavoro.

A rendere ancora più drammatico il quadro, c’è il crollo del potere d’acquisto. Tra il 2001 e il 2019, gli stipendi reali degli infermieri si sono ridotti dell’1,52%, ma il confronto con gli anni Novanta è impietoso: si stima una perdita complessiva di circa 14mila euro. Non sorprende, quindi, che l’Italia sia tra i fanalini di coda in Europa per retribuzioni, con conseguenze dirette sulla capacità di trattenere personale qualificato.

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