Intesa Sanpaolo piazza un bond At1 da 1,25 miliardi, ordini per 6,5 miliardi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il giorno che ha segnato l’operazione, martedì 10 febbraio, ha visto Intesa Sanpaolo chiudere il libro ordini di un’emissione obbligazionaria destinata a rafforzare i coefficienti patrimoniali di vigilanza, un collocamento che ha assunto i contorni del tutto esaurito già nelle primissime ore dalla comunicazione al mercato. L’istituto guidato da Carlo Messina — occorre ricordare che la banca ha per prassi una struttura di governance stabile e che il manager ricopre la carica di amministratore delegato ormai da un decennio — ha immesso sul mercato istituzionale uno strumento ibrido di capitale, il cosiddetto Additional Tier 1, declinandolo in una doppia tranche per un controvalore nominale complessivo pari a 1,25 miliardi di euro. Si tratta, in sostanza, di titoli perpetui: non prevedono una data di scadenza prefissata e rimborsabili esclusivamente per volontà dell’emittente, non certo per iniziativa del portatore, a patto che vengano rispettate talune finestre temporali contrattualmente stabilite. E l’accoglienza è stata tale — la domanda complessiva ha sfondato il muro dei 6,5 miliardi di euro — da imporre ai desk dei collocatori una repentina revisione al ribasso dei rendimenti promessi, un segnale, questo, di una fame di carta italiana che non accenna a ridimensionarsi nonostante il quadro dei tassi ufficiali resti ancorato a livelli che, fino a ieri, sarebbero parsi impensabili.

La struttura della doppia tranche e i meccanismi di call

Entrando nel merito delle due linee di debito, entrambe con regolamento fissato al 17 febbraio 2026, la prima tranche ammonta a 750 milioni di euro e risponde alla denominazione tecnica di PerpNc6: locuzione che sta a significare la natura perpetua del prestito, sì, ma accompagnata dalla facoltà — e solo facoltà, non certo obbligo — per la banca di rimborsare anticipatamente il capitale trascorsi sei anni dall’emissione, dunque a partire dal 17 febbraio 2032. Fino a quella data il Titolo corrisponderà agli investitori una cedola fissa annuale del 5,50 per cento, pagata con cadenza semestrale, un flusso cedolare che, qualora la call non venisse esercitata, subirebbe un reset integrale: verrebbe cioè ricalcolato applicando uno spread del 302,8 punti base al tasso mid swap a cinque anni, parametro quest’ultimo che riflette l’andamento del mercato interbancario su quella specifica scadenza. La seconda tranche, forte di 500 milioni, è invece un PerpNc10, con prima data utile per il rimborso anticipato fissata al 2036; qui la cedola fissa iniziale è stata ritoccata verso l’alto, attestandosi al 5,875 per cento annuale, sempre corrisposta in rate semestrali. Qualora anche in questo caso l’emittente optasse per il mantenimento in vita del prestito, il meccanismo di reset prevede l’applicazione di un margine di 314,4 punti base sul medesimo tasso mid swap quinquennale, a testimonianza di una maggiorazione commisurata alla più lunga finestra di non callabilità.

Il book di ordini e la revisione del pricing

La macchina del collocamento, azionata nella sola giornata di martedì, ha visto una partecipazione talmente massiccia e granulare da indurre i joint bookrunner — e l’elenco, va detto, era di primissima fascia, includendo oltre alla Divisione IMI rate & Investment Banking di Intesa Sanpaolo anche BBVA, Barclays, BofA Securities, Goldman Sachs International, JPMorgan, Morgan Stanley e Ubs — a comprimere le forbici di rendimento comunicate in avvio di seduta. Le indicazioni iniziali di pricing parlavano di un’area 6,000 per cento per la tranche a sei anni e del 6,375 per cento per quella decennale; la valanga di ordini, che ha sfiorato i 5 miliardi già due ore dopo il lancio per stabilizzarsi infine oltre i 6,5 miliardi, ha consentito di limare entrambi i tassi di cinquanta punti base, portando la cedola effettiva ai livelli poi comunicati ufficialmente. Una compressione tutt’altro che scontata, questa, che ha permesso all’emittente di finanziarsi a condizioni sensibilmente più vantaggiose rispetto alle attese iniziali, e che testimonia, al di là delle dichiarazioni di rito, una solidità di credito percepita come eccellente dagli operatori istituzionali. Nicoletta Bertolini, che della banca è la responsabile del funding, ha sottolineato come si tratti, per Intesa Sanpaolo, dell’emissione Additional Tier 1 caratterizzata dal reset spread più basso mai registrato, un primato interno che certifica il gradimento del mercato per il profilo di rischio dell’istituto e per le linee guida del nuovo piano industriale.

La provenienza geografica e la tipologia degli investitori

L’analisi del libro ordini, una volta chiusa la fase di raccolta delle adesioni, ha restituito una fotografia estremamente diversificata sia per tipologia di investitore sia per provenienza geografica, elemento che i gestori del sindacato di collocamento valutano con particolare attenzione perché riduce la concentrazione del rischio e aumenta la stabilità del bond nel secondario. Sulla tranche PerpNc6 il grosso della domanda è arrivato dai fund manager, che hanno assorbito il 72 per cento dell’emissione, seguiti dagli hedge fund con il 13 per cento e dalle compagnie assicurative e i fondi pensione con l’8 per cento; più marginali, invece, gli apporti di banche e private bank, ferme al 3 per cento, e delle imprese industriali al 4 per cento. Quanto alla provenienza, il Regno Unito ha guidato la classifica con il 34 per cento del collocato, tallonato dalla Francia al 31 per cento; l’Italia si è attestata all’11 per cento, segue il Benelux con il 9 per cento, mentre Germania, Svizzera e Spagna si sono fermate ciascuna al 3 per cento. Sulla tranche più lunga, la PerpNc10, il peso dei fund manager è sceso al 55 per cento, ma è emersa una quota significativa, pari al 18 per cento, riconducibile alle istituzioni ufficiali — categoria che include banche centrali e fondi sovrani — e il 13 per cento degli hedge fund; anche qui la distribuzione geografica ha premiato il Regno Unito, che da solo ha coperto il 62 per cento del totale, mentre la Francia ha raggiunto il 16 per cento e l’Italia si è fermata al 10 per cento. La presenza di oltre 140 investitori distinti sulla prima tranche e di 97 sulla seconda, con una tale dispersione tra mandati di gestione e istituzioni pubbliche, ha conferito all’operazione quella solidità che ha permesso, in fase di pricing, di limare i rendimenti senza intaccare la qualità della domanda residua.

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