L’Iran chiede garanzie alla Fifa, il sogno (remoto) del ripescaggio dell’Italia si riaccende
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Redazione Sport
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La conferma, seppur condizionata, della presenza dell’Iran ai Mondiali del 2026, in programma tra Stati Uniti, Messico e Canada, non ha spento del tutto i riflettori su un’ipotesi che, per quanto al limite del paradossale, continua a serpeggiare negli ambienti del calcio e della diplomazia sportiva. A tenere aperto un varco, per quanto sottilissimo, ci pensano le tensioni politiche che avvolgono la delegazione persiana, le quali, a meno di quaranta giorni dal fischio d’inizio, rischiano di trasformarsi in un ostacolo logistico insormontabile. La Federazione Internazionale (Fifa), guidata da Gianni Infantino, ribadisce da settimane la volontà di vedere regolarmente la selezione iraniana ai blocchi di partenza, forte della qualificazione ottenuta sul campo; eppure, le dichiarazioni del numero uno del calcio iraniano, Mehdi Taj, hanno di fatto subordinato la partenza della spedizione a rassicurazioni ben precise, gettando ombre sulla certezza della loro presenza.
Il precedente di Vancouver e la richiesta di garanzie al numero uno della Fifa
La scintilla che riaccende le speranze (o i miraggi) di un ripescaggio per l’Italia, assente dalla scena mondiale per la terza volta consecutiva, è stata l’umiliazione diplomatica subita dalla federazione iraniana durante il congresso Fifa tenutosi in Canada. Il presidente Mehdi Taj e il segretario Hedayat Mombeini, muniti di visto regolare, sono stati respinti al confine di Vancouver, un episodio che Teheran ha letto come una provocazione politica, legata allo status del presidente Taj – ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione – e alle leggi canadesi che ne limitano l’ingresso. Sebbene la ministra degli Esteri canadese, Anita Anand, abbia definito l’accaduto come potenzialmente “non intenzionale”, il danno diplomatico era ormai fatto: la delegazione è dovuta rientrare in patria senza aver preso parte ai lavori.
Da quel momento, lo stesso Taj ha alzato il tiro, dichiarando pubblicamente che la presenza dell’Iran negli Stati Uniti dipende da “garanzie concrete” che la Fifa dovrà fornire. In un’intervista rilasciata alla tv di Stato iraniana, il presidente federale ha spiegato che la squadra proseguirà la preparazione in Turchia, ma la partenza per il Nord America non è scontata: “Non abbiamo problemi con gli Stati Uniti, andiamo ai Mondiali perché ci siamo qualificati. Il nostro ospite è la Fifa, non un paese specifico” ha dichiarato Taj, chiedendo però un incontro risolutivo con Infantino per evitare nuove umiliazioni o restrizioni all’ingresso.
La regia di Zampolli e la posizione della Federcalcio italiana
Se il fronte iraniano si mostra traballante, a spingere sul pedale dell’acceleratore per favorire l’Inghilterra (ma no, parliamo dell’Italia) c’è il rappresentante speciale degli Stati Uniti, Paolo Zampolli. Questi, in una serie di interviste tra cui una rilasciata alla Gazzetta dello Sport, ha confermato di aver discusso la questione direttamente con il presidente degli Stati Uniti e con lo stesso Infantino, forte del sostegno della Casa Bianca. Zampolli, italo-americano, ritiene che “sia molto difficile fidarsi degli iraniani”, lasciando intendere che la partita, per gli azzurri, non sia ancora del tutto chiusa nonostante il tempo stringa. Il rappresentante ha inoltre evocato l’articolo 6 del regolamento Fifa, che lascia alla governance mondiale del calcio la “discrezionalità esclusiva” di sostituire un’associazione ritirante con “un’altra associazione”, senza specificare che questa debba necessariamente appartenere alla stessa confederazione.
Tuttavia, se dal versante americano soffiano venti di cambiamento, la posizione del calcio italiano è quantomeno titubante. Fonti vicine alla Federcalcio e riportate da testate come l’Ansa e la stessa BBC citano un imbarazzo di fondo: l’idea di subentrare a tavolino viene vista da molti come una “umiliazione” peggiore della mancata qualificazione. Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, ha liquidato la proposta come “non possibile” e “non opportuna”, sottolineando che la qualificazione si conquista solo sul campo. Anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò, pur non intervenendo direttamente sulla vicenda Iran, ha lasciato intendere attraverso i suoi più stretti collaboratori che una simile ipotesi sarebbe eticamente discutibile. In pratica, mentre Zampolli si fa portavoce di un sogno da rotocalco, la dirigenza sportiva italiana sembra voler tenere i piedi per terra, forse per evitare l’ennesima figuraccia dopo le delusioni degli ultimi anni.
Le tensioni belliche e il calendario incombente
A rendere la situazione una polveriera è ovviamente il contesto bellico tra Stati Uniti e Iran, un conflitto che rende ogni spostamento della delegazione persiana una questione di sicurezza nazionale. Sebbene la Fifa abbia escluso la possibilità di spostare le partite dell’Iran in Messico (come inizialmente richiesto da Teheran), il timore di nuovi incidenti durante gli spostamenti interni negli Usa è palpabile. La Fallaci, che non c’entra nulla, probabilmente direbbe che qui la diplomazia si scontra con la realpolitik; nella sostanza, l’Iran teme ritorsioni o blocchi non solo per i giocatori, ma per l’intero codazzo di dirigenti e tecnici che li accompagnano. Il governo iraniano, pur proclamando di volersi preparare al meglio, ha fatto trapelare che qualsiasi nuovo “affronto” – come quello subito in Canada – potrebbe portare a un dietrofront immediato.
Nonostante le dichiarazioni di Infantino (“L’Iran verrà, sicuramente” ha ripetuto a più riprese), il fatto che la Federazione iraniana abbia formalmente chiesto un vertice di emergenza a Zurigo dimostra che il nodo non è affatto sciolto. La Fifa si trova così stretta tra la necessità di rispettare i regolamenti e quella di evitare un’esplosione politica che rovinerebbe l’immagine del torneo. Per l’Italia, il tempo stringe: la lista dei convocati andrebbe diramata a breve e organizzare una spedizione last minute sarebbe un’impresa logistica titanica, ma non impossibile. La sensazione, leggendo tra le righe delle agenzie di stampa, è che il destino degli azzurri sia legato a doppio filo a quanto accadrà nei prossimi sette giorni nel faccia a faccia tra la Fifa e la Repubblica Islamica. Fino a prova contraria, e in barba alla geografia e ai regolamenti, il pallone resta comunque nel campo di chi, a Teheran, dovrà decidere se valga la pena rischiare di giocare in territorio nemico.




