La strage di Capaci, 34 anni dopo: Schifani e Piantedosi ricordano Falcone e la lotta senza tregua

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ventitré maggio di trentaquattro anni fa, sulla A29, all’altezza di Capaci, quattrocento chili di tritolo squarciarono per sempre la coscienza civile di questo paese. L’esplosione, che avvenne alle 17.58, non cancellò soltanto la Fiat Croma su cui viaggiava il giudice Giovanni Falcone, ma portò con sé la vita della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Un’ecatombe che, nelle sue ferite fisiche – vi furono anche i feriti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista Giuseppe Costanza – rappresentò un attacco di inedita ferocia contro la libertà e la dignità degli italiani, per usare le parole che il presidente Mattarella ha voluto consegnare a questa ricorrenza.

A Palermo, il ministro dell’Interno Piantedosi ha deposto una corona alla stele commemorativa, partecipando poi a Palazzo Jung a un confronto sul contrasto alla criminalità organizzata. Il suo messaggio, come si conviene in queste circostanze, è stato lineare: trentaquattro anni fa la mafia colpì magistrati, donne e uomini dello Stato impegnati ogni giorno nella difesa della legalità; oggi la memoria si fa impegno concreto. Ma è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa, a pronunciare la frase che più di altre ha fatto rumore durante le commemorazioni, anche se occorre dire che a raccogliere il testimone più sostanzioso è stato il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani.

Schifani, nel suo intervento, ha evitato ogni retorica oleografica. Ha detto che la mafia va combattuta sempre, senza mai abbassare la guardia, perché – ed è questo il punto – è in continua trasformazione e trova molti modi di penetrazione nella società. Non una generica invocazione alla legalità, dunque, ma l’ammissione che Cosa Nostra muta pelle, si infiltra, si fa impresa, talvolta silenziosa. Ecco perché, secondo Schifani, il dovere delle istituzioni non può essere disgiunto da quello dei cittadini: «La politica non si può dividere quando si combatte la mafia», ha scandito, rivendicando la sua lunga esperienza parlamentare. Ha ricordato, a mo’ di esempio, la gestazione di due strumenti legislativi epocali come la stabilizzazione del 41 bis e il sequestro per equivalente, provvedimenti che videro l’approazione dell’intero Parlamento, senza steccati ideologici.

L’eredità del 41 bis e la memoria senza retorica

Il riferimento al carcere duro non è casuale. Chi ha seguito le cronache giudiziarie degli ultimi decenni sa bene che il 41 bis ha rappresentato, insieme al pentitismo regolato dalla legge, l’argine più efficace contro i boss detenuti. Schifani ha voluto sottolineare come quelle leggi – nate spesso da stragi come quella di Capaci – siano state costruite al di là delle divisioni. Un monito, questo, che suona particolare in un’epoca in cui la tensione politica è costante. Non ci sono state, nel suo discorso, facili invocazioni all’unità: c’è stata la constatazione che, per contrastare un nemico che si adatta, servono strumenti condivisi.

Il ministro Piantedosi e il confronto a Palazzo Jung

Il ministro dell’Interno, dal canto suo, ha partecipato a un tavolo tecnico – più che una cerimonia, un vero e proprio incontro di aggiornamento – sulla criminalità organizzata. A Palazzo Jung, tra i funzionari di polizia e i magistrati, si è discusso di sequestri patrimoniali e di nuove forme di infiltrazione mafiosa nei settori dell’economia legale. Piantedosi ha deposto una corona, certo, ma ha anche ascoltato le relazioni degli investigatori, quelli che ogni giorno si misurano con la «continua trasformazione» di cui parlava Schifani. Non c’è stata retorica, in quelle stanze: c’era l’analisi spicciola dei flussi finanziari sospetti, delle estorsioni virtuali, delle aziende finite sotto il giogo.

Falcone, la scorta e i feriti: i nomi che non si cancellano

A trentaquattro anni di distanza, è inevitabile tornare alla dinamica di quell’attentato: le 17.58, il tratto autostradale, le quattrocento libbre di tritolo. Accanto ai caduti – Falcone, Morvillo, Dicillo, Montinaro, Schifani – ci sono i feriti, spesso dimenticati dalle commemorazioni ufficiali. Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello, Giuseppe Costanza: loro sopravvissero, ma la loro esistenza uscì stravolta. Il ministro Piantedosi, pur non citandoli espressamente nel suo discorso pubblico, ha voluto che fossero presenti nell’area delle cerimonie, un gesto che molti hanno interpretato come un riconoscimento del fatto che la strage non ha avuto solo vittime immediatamente letali, ma ha prodotto una lunga scia di sofferenza. Il presidente Mattarella, nel suo messaggio, ha ribadito che la mafia finirà grazie a istituzioni salde e a un contrasto efficace, senza mai nominare futuri scenari, ma ancorando la speranza alla solidità dello Stato.

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