Il lungo incubo di Valentina Sarto raccontato dall’uomo che amava: «Registra le sue minacce, scappa»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nervi tesi e sguardo fisso su quel portone che non potrà più varcare, Moris Panza tiene stretto in mano il telefono, un oggetto che per lui è diventato una sorta di reliquia laica e terribile, perché al suo interno custodisce la prova di tre mesi di paura. Sono messaggi vocali, minacce registrate, frammenti di un’ossessione che lui stesso aveva invitato Valentina Sarto a raccogliere: «Le dicevo di registrare tutto quando lui perdeva le staffe», racconta Panza, l’uomo di cui la barista quarantaduenne si era innamorata a febbraio, e che da allora aveva tentato in ogni modo di sottrarla a quell’appartamento di via Pescaria, a Bergamo, dove la scorsa settimana Vincenzo Dongellini l’ha uccisa a coltellate.

Un amore nato tra i tavoli del bar e vissuto nella paura

Si erano conosciuti al Baretto, il locale vicino allo stadio dove Valentina lavorava e dove serviva caffè e sorrisi a una clientela di tifosi e habitué; una storia iniziata come tante, tra uno sguardo e una pausa, ma che presto si era trovata a fare i conti con un marito geloso e violento. Dongellini, cinquantenne originario dell’Imolese, sapeva della relazione e non tollerava l’idea che la moglie volesse lasciarlo, una volontà che lei aveva espresso più volte, anche recandosi dai carabinieri di Almenno San Salvatore per chiedere informazioni su come procedere per la separazione, sebbene senza formalizzare una denuncia. Panza, in quei mesi, l’aveva vista con i lividi, i segni delle dita sul collo, e l’aveva supplicata di andarsene, di rifugiarsi da un’amica a Seriate, ma lei, forse illudendosi di poter gestire la situazione, oppure terrorizzata dalle possibili reazioni, ripeteva una frase che ora suona come un tragico epitaffio: «So come tenerlo tranquillo».

I segnali ignorati e la mattina dell’omicidio

La convivenza, che andava avanti da un decennio, era stata coronata dal matrimonio solo nel maggio del 2025, ma dopo le nozze qualcosa si era rotto definitivamente, e le liti erano diventate sempre più frequenti, tanto che alcuni vicini riferiscono di aver sentito spesso urla provenire da quella palazzina; l’ultimo litigio, quello fatale, era iniziato in strada martedì mattina, intorno alle quattro, e qualcuno aveva anche pensato di chiamare il 112, salvo poi desistere quando le voci si erano calmate e la coppia era rientrata in casa. Poche ore dopo, la figlia ventenne di Dongellini, nata da una precedente relazione, avrebbe ricevuto una telefonata agghiacciante: il padre le diceva di avere litigato con Valentina, di averla colpita, e la ragazza, compreso l’accaduto, ha allertato le forze dell’ordine. Quando i sanitari sono entrati nell’appartamento, per Valentina non c’era già più nulla da fare: il senza vita era in camera da letto, segnato da diverse coltellate, alcune delle quali inferte alla schiena e alla gola, mentre le ferite sulle braccia lasciavano intendere che avesse provato a difendersi.

La dinamica e le indagini sul tentato suicidio

Dongellini, che dopo il delitto avrebbe tentato di togliersi la vita ingerendo candeggina e ferendosi con la stessa arma del delitto, è ora piantonato in una stanza dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, in stato di arresto con l’accusa di omicidio volontario, mentre gli inquirenti, coordinati dal pm Antonio Mele, cercano di fare piena luce su ogni aspetto della vicenda, compresa la natura di quel presunto suicidio che alcuni particolari, come la superficialità delle ferite, rendono quantomeno dubbio. Non risultavano denunce formali a carico dell’uomo, nonostante le violenze fossero note a chi era vicino a Valentina, e questo dato, unito alla testimonianza di Panza e alle registrazioni che lui conserva, apre uno squarcio sul fallimento di un sistema che troppo spesso lascia sole le vittime, costrette a difendersi da sole dalla ferocia di chi diceva di amarle.

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