Natanz, il bunker segreto sottoterra cuore del programma nucleare iraniano
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Redazione Esteri
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È il cuore del programma nucleare iraniano, Natanz, una città dell’uranio sepolta tra il deserto e le montagne nel centro del Paese, 250 chilometri a sud di Teheran, finita ancora una volta sotto il fuoco ieri, ma intorno alla quale si combatte una battaglia senza esclusione di colpi da quasi 20 anni. Nel 2009, l’impianto di Natanz dove gli iraniani arricchivano l’uranio fu attaccato con un potentissimo virus informatico, Stuxnet, e da allora gli attacchi – ora aperti e militari – non si sono più fermati. L’ultimo raid, condotto da Stati Uniti e Israele nella mattinata di sabato, ha colpito il sito di arricchimento Shahid Ahmadi Roshan, il cuore pulsante di questa struttura sepolta nel sottosuolo. Secondo l’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, non si sono verificate fughe di materiale radioattivo; i sistemi di monitoraggio, si legge in una nota, sarebbero ancora operativi, garantendo che per i residenti delle aree limitrofe non ci sia alcun pericolo immediato. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha confermato di aver ricevuto il rapporto da Teheran e di aver avviato le verifiche del caso, mentre il direttore generale Rafael Grossi ha rinnovato l’appello alla massima moderazione per evitare il rischio, sempre concreto, di un incidente nucleare.
L’asso nella manica di Teheran: missili a 4mila chilometri
A distanza di tre settimane dall’inizio del conflitto, il regime iraniano ha però svelato un asso nella manica che ridisegna gli equilibri strategici della regione: tentando di colpire l’isola di Diego Garcia, nel mezzo dell’Oceano indiano, ha mostrato che le sue armi hanno una gittata maggiore di quanto dichiarato. Due missili balistici sono stati lanciati contro la base militare congiunta tra Regno Unito e Stati Uniti, situata a quasi 4mila chilometri di distanza dai confini iraniani. Fino a questo fine settimana, Teheran aveva sempre sostenuto di aver autolimitato la portata dei suoi programmi missilistici a 2mila chilometri, una distanza che già metteva nel mirino tutto il Medio Oriente ma che non avrebbe mai potuto raggiungere quell’atollo sperduto nell’Oceano Indiano. Gli esperti militari sottolineano ora come l’Iran possa aver utilizzato il proprio programma spaziale – nello specifico i vettori Simorgh – per ottenere questa gittata straordinaria, sacrificando probabilmente la precisione del colpo a favore della portata. Come ha spiegato un commodoro della marina britannica in pensione, i missili balistici sono di fatto razzi spaziali: se un Paese possiede un programma spaziale, possiede di fatto la tecnologia per sviluppare missili a lunga gittata.
Il legame con Diego Garcia e le pressioni su Londra
La scelta di bersagliare Diego Garcia non è casuale, ma si inserisce in un complesso gioco diplomatico che vede gli Stati Uniti fare leva sul Regno Unito per ottenere maggiore libertà d’azione. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha messo in chiaro che l’appoggio americano al controverso accordo sulle isole Chagos – che prevede il passaggio di sovranità a Mauritius con il mantenimento della base militare in affitto – è condizionato al via libera di Londra per utilizzare Diego Garcia come trampolino di lancio per i raid. Il presidente ha definito l’accordo proposto dal primo ministro Keir Starmer una “grande stupidaggine” e ha avvertito che, se non ci sarà un’inversione di rotta, il suo sostegno verrà meno. Per il governo britannico, un simile impiego della base per attacchi preventivi contro l’Iran solleva però delicati problemi di legittimità internazionale, con i legali di Downing Street che temono di esporsi a possibili conseguenze giuridiche.
Un conflitto senza fine e le reazioni dei vicini
Il quadro militare resta di una complessità e di una violenza crescenti mentre il conflitto entra nella quarta settimana. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato che l’intensità degli attacchi aumenterà ulteriormente nella prossima settimana, mentre il governo israeliano ha ufficialmente negato ogni responsabilità per l’attacco di sabato a Natanz, prendendo le distanze dall’operazione. Sul fronte opposto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la linea dura, dichiarando che l’unica via per porre fine alla guerra è la cessazione immediata delle aggressioni, accompagnata da garanzie che ne impediscano il ripetersi in futuro. Intanto, i Paesi del Golfo assistono con crescente apprensione all’escalation: l’Arabia Saudita ha dichiarato di aver intercettato venti droni nel giro di poche ore, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno parlato di oltre trecento missili balistici intercettati dal 28 febbraio a oggi. L’Egitto e l’Arabia Saudita hanno denunciato in una dichiarazione congiunta che gli attacchi iraniani contro gli Stati del Golfo mettono a repentaglio la stabilità di tutta la regione.




