Kiev nel gelo e sotto il tiro incrociato dei raid russi, ma Mosca rilancia l'ipotesi di una governance Onu per l'Ucraina
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Redazione Esteri
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La morsa dell’inverno stringe la capitale ucraina, avvolta in una coltre di neve che paralizza le strade e fa scendere il termometro a dodici gradi sotto zero, mentre l’orizzonte resta segnato dal rombo dei droni e dal sibilo dei missili. Kiev, lunedì 16 febbraio, si risveglia blindata in una coltre gelida, ma è la minaccia di nuove offensive russe a tenere la popolazione costantemente in allerta: in pochi, ormai, credono davvero alla possibilità che i colloqui di pace possano produrre una soluzione concreta, nonostante i tavoli negoziali si susseguano -2-7.
Proprio mentre il fronte interno ucraino combatte contro il freddo e le interruzioni energetiche, dalla Russia arriva una proposta che ha il sapore di una provocazione diplomatica. Il viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin, in una delle sue ultime interviste, ha rilanciato l’idea di un’amministrazione esterna temporanea per l’Ucraina, da istituire sotto l’egida delle Nazioni Unite; un piano, questo, che nelle intenzioni di Mosca dovrebbe portare a elezioni “democratiche” e alla successiva firma di un trattato di pace, quasi a voler delegittimare l’attuale governo di Kiev, considerato dal Cremlino non pienamente rappresentativo -3-8. Dall’altra parte, però, la reazione è gelida: l’Unione Europea, attraverso le parole dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, ha avvertito che la Russia non deve ottenere al tavolo dei negoziati ciò che non è riuscita a conquistare sul campo con le armi, una posizione, quest’ultima, che sottolinea la profonda sfiducia nelle reali intenzioni di Mosca -6. A Londra, intanto, si continua a puntare il dito sulle responsabilità del Cremlino, come nel caso delle sanzioni rinnovate per l’avvelenamento di Alexei Navalny, una vicenda che Mosca continua a respingere con forza, definendo le accuse prive di fondamento -3.
Il fronte meridionale in fiamme e la controffensiva ucraina
Mentre la diplomazia prova a muovere i suoi passi, sul terreno la guerra non si ferma e anzi, mostra tutta la sua capacità di escalation. Droni ucraini sono riusciti a colpire un porto russo sul Mar Nero e a danneggiare infrastrutture strategiche, come il terminal petrolifero di Tamanneftegaz, vicino al villaggio di Volna, nella regione di Krasnodar, un’area già più volte bersaglio di attacchi -4-9. Un’operazione, questa, confermata dallo Stato Maggiore di Kiev, che l’ha rivendicata come parte di uno sforzo sistematico per ridurre il potenziale offensivo ed economico dell’aggressore, colpendo le raffinerie da cui Mosca trae ossigeno per finanziare lo sforzo bellico. Le fiamme e le esplosioni divampate nei depositi di carburante russi raccontano una guerra che non conosce più confini, con l’Ucraina capace di beffare le difese nemiche e portare il conflitto sempre più in profondità all’interno dei territori della Federazione -8-9.
A fare da contraltare a queste incursioni, vi è però la pioggia costante di ordigni che continua a cadere sulle città ucraine. Nella seconda settimana di febbraio, i dati parlano chiaro: circa milleduecento bombe aeree guidate, mille e trecento droni d’attacco e una cinquantina di missili, quasi tutti balistici, sono stati lanciati contro l’Ucraina, prendendo di mira in particolare le regioni di Donetsk, Odessa, Zaporizhzhia e Sumy -9. A Odessa, nella notte, i detriti dei droni abbattuti hanno causato danni a infrastrutture civili e innescato incendi di vaste proporzioni, mentre nell’area di Krasnodar, sul versante opposto, le autorità russe correvano ai ripari per spegnere i roghi divampati nei serbatoi di petrolio -6-9. L’inverno, insomma, non ha portato alcuna tregua, semmai ha acuito la sofferenza di una popolazione che affronta blackout e interruzioni del riscaldamento, in un susseguirsi di attacchi che mirano proprio a spezzare la resilienza della società ucraina.




