Non solo Alicia, la scia silenziosa delle vittime del vento: 14 morti in sei anni
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Redazione Interno
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Era appena uscita dai cancelli della scuola media “Riccardo Monterisi” di Bisceglie, forse con la testa già alla merenda o ai compiti del giorno dopo, quando quel pino – che quelle strade le aveva viste percorrere chissà quante volte – ha deciso di non farle più tornare a casa. Alicia Amoruso, dodici anni, una passione per la pallavolo ormai sedimentata nel ricordo della sua Sportilia e una vita intera davanti, è l’ultima di una sequenza che la cronaca fatica a raccontare senza cadere nella ripetizione. Il suo, estratto da sotto il tronco che l’ha schiacciata mentre si fermava per un gesto banale come allacciarsi una scarpa, rappresenta il picco più drammatico di un fenomeno che attraversa silenziosamente l’Italia da sei anni a questa parte. La Procura di Trani, come prevedibile in questi casi, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, un atto dovuto che cerca di fissare una responsabilità laddove spesso a parlare è solo il caso o, peggio, l’incuria.
Il paradosso stagionale delle vittime
Se si osservano i dati raccolti negli ultimi sei anni – un arco temporale che va dal 2020 a questo aprile 2026 – emerge una distorsione statistica che merita attenzione: la maggior parte degli incidenti mortali causati dalla caduta di alberi non avviene durante le burrasche invernali, bensì quando il termometro segna temperature miti o decisamente calde. È il caso di Francesca Ianni, quarantacinquenne romana finita sotto un pioppo di venti metri mentre chiacchierava seduta su una panchina; o di Giovanni Pellicanò, il penalista cinquantasettenne di Reggio Calabria travolto da un pino mentre portava a spasso il cane durante raffiche che superavano i cento chilometri orari. Questa anomalia, lungi dall’essere un semplice scherzo del clima, racconta di un meteo divenuto imprevedibile: temporali estivi sempre più violenti e raffiche improvvise colgono le città impreparate, abbassando la soglia di attenzione di chi quelle strade le percorre ogni giorno. Anche nel Milanese, un anno fa, una donna di sessantatré anni ha pagato con la vita il rientro da una passeggiata durante un nubifragio di luglio, mentre a Ferrandina, in Basilicata, una quercia ha schiacciato l’auto di un ventinovenne fermo in un’area picnic.
Dalle tende ai marciapiedi, una geografia del dolore
Le quattordici vittime censite raccontano una geografia del disastro che non risparmia nessun contesto, né quello domestico né quello lavorativo né, tantomeno, quello del tempo libero. Si pensi alla vicenda di Chiara Rossetto, una guida scout di soli sedici anni morta nel Bresciano mentre dormiva in una tenda travolta dal maltempo, o alle due sorelline di tre e quattordici anni – quest’ultima coetanea ideale di Alicia – che nel 2020 persero la vita in un campeggio a Marina di Massa quando un albero crollò sulla loro tenda. E poi ci sono i drammi solitari: l’anziana travolta in via Donna Olimpia a Roma, il tassista torinese schiacciato mentre era alla guida, fino al medico salernitano di sessantuno anni colpito da un pino secolare mentre portava fuori il cane. In ognuno di questi frangenti, la scena che si ripete è quella dei soccorsi che arrivano, delle barelle, delle autopsie disposte per accertare le cause del decesso – quasi sempre un trauma da schiacciamento – e di una collettività che si stringe attorno ai familiari, ma che presto deve fare i conti con l’evidenza dei fatti.
L'inchiesta silenziosa e il peso della manutenzione
A Bisceglie, intanto, l’albero che ha ucciso Alicia è rimasto lì per ore, a testimoniare l’assurdità di un impatto che nessuna corsa in ambulanza avrebbe potuto evitare; il cuore della ragazzina si è fermato durante il trasporto verso l’ospedale, nonostante l’intervento tempestivo del 118. La magistratura dovrà ora stabilire se quella pianta – come del resto era accaduto per i pioppi romani o per i pini di altre città – fosse sana o se invece un cedimento prevenibile fosse stato ignorato. Gli inquirenti procederanno con i rilievi del caso, verificheranno eventuali ordinanze comunali inadempiute e ascolteranno i testimoni, come l’amica che camminava con Alicia e che ha assistito, forse impotente, a quel secondo fatale. L’ombra di una “tragedia annunciata” aleggia già tra i residenti, consapevoli che in quella stessa zona un altro albero era caduto poco tempo prima. Ma al di là dei singoli rinvii a giudizio o delle archiviazioni, ciò che resta è un numero: quattordici morti in sei anni. Un conteggio che non tiene conto delle ferite, degli arti persi o dei traumi psicologici, ma che fotografa con crudezza l’emergenza silenziosa di un Paese che deve fare i conti con un clima impazzito e un patrimonio arboreo urbano spesso lasciato in balia degli eventi.




