Parmigiano Reggiano, l’export supera il 50% mentre il mercato italiano arretra sui volumi
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Redazione Economia
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Nel 2025 il Parmigiano Reggiano ha definitivamente sancito il suo posizionamento non più come eccellenza principalmente domestica, bensì come protagonista indiscusso dei mercati internazionali. I dati elaborati dal Consorzio di tutela rivelano un giro d’affari al consumo che ha sfiorato i quattro miliardi di euro, attestandosi precisamente a 3,96 miliardi, un traguardo che certifica la solidità economica di una filiera, quella della Dop emiliana, costantemente proiettata verso l’estero. Per la prima volta nella sua storia, la quota di prodotto destinata oltre confine ha oltrepassato la soglia psicologica del cinquanta per cento, fermandosi al 50,5%; un dato, questo, che fotografa una trasformazione strutturale del settore, dove la domanda estera diviene il vero motore di un sistema che, pur mantenendo intatto il legame con il territorio d’origine, guarda sempre più lontano.
La spinta internazionale e il paradosso del mercato interno
Se l’export rappresenta ormai il baricentro dell’equilibrio economico del consorzio, la fotografia del consumo in Italia restituisce un quadro più sfumato, caratterizzato da una significativa dicotomia tra valore e volumi. Il presidente Nicola Bertinelli, commentando le cifre relative all’andamento del 2025, ha sottolineato come il prodotto stia diventando “sempre più internazionale”, un’evoluzione che si riflette anche nella tenuta del giro d’affari nazionale. In Italia, infatti, la reazione del mercato agli incrementi tariffari ha prodotto un effetto inedito: le vendite in volume sono diminuite di circa il 10% – un calo non trascurabile – mentre la base dei consumatori è rimasta sostanzialmente stabile. Questo significa che gli italiani, pur continuando ad acquistare il re dei formaggi, ne hanno ridotto la frequenza di acquisto e, soprattutto, le quantità, optando per un consumo più rarefatto ma senza abbandonare del tutto il prodotto. A fronte di questa flessione domestica, la domanda estera ha invece registrato un incremento del 2,7%, dimostrando una capacità di assorbimento dei prezzi – ormai stabilmente elevati – molto più elastica rispetto a quella nazionale.
La sfida americana tra dazi e crescita record
Il caso degli Stati Uniti rappresenta forse l’esempio più emblematico di questa resilienza internazionale. Nonostante il contesto di guerra commerciale che ha caratterizzato l’anno, con l’amministrazione Trump che ha confermato una linea protezionistica aggressiva – e nonostante la presenza di un super dazio al 25% che avrebbe potuto deprimere le esportazioni – il Parmigiano Reggiano ha ottenuto oltreoceano un incremento del 2,3% in termini di volumi. Si tratta di un risultato controcorrente, se si considera che nel solo mese di gennaio 2026 le importazioni statunitensi hanno subito una flessione del 16%, un campanello d’allarme che il consorzio interpreta però come temporaneo, in attesa di una stabilizzazione dei flussi. Nel 2024, un anno definito “magico” per la Dop, le vendite totali erano cresciute del 9,2% e la quota export si attestava al 48,7%, lasciando presagire un sorpasso che si è concretizzato solo dodici mesi dopo.
L’incidenza del mercato a stelle e strisce sul totale dell’export rimane la più alta in assoluto, con circa 16.800 tonnellate sbarcate lo scorso anno negli Usa. Una cifra che, tradotta in percentuale, vale il 9% del volume totale del mercato dei formaggi a pasta dura e addirittura il 16% a valore, un dato che testimonia l’alto posizionamento del prodotto italiano nella fascia premium della Gdo americana.
Le prospettive di crescita nei mercati alternativi
Se gli Stati Uniti restano il primo mercato di sbocco per la Dop, l’analisi territoriale delle esportazioni rivela una strategia di diversificazione che negli ultimi anni ha dato frutti concreti. Il dato aggregato della crescita estera, pari a un +2,7% nel 2025, è stato trainato da performance particolarmente brillanti in aree geografiche specifiche: il Regno Unito ha confermato il suo ruolo di mercato maturo e in espansione, mentre Canada e Svezia hanno fatto registrare incrementi significativi, segno che il formaggio italiano sta penetrando con successo anche in contesti nordici tradizionalmente meno legati alla cultura mediterranea. Questo slancio internazionale, secondo quanto emerso durante la presentazione dei dati, ha portato il consorzio a rivedere al rialzo le stime di medio periodo; se fino a poco tempo fa l’obiettivo era raggiungere una quota export del 65-70% nell’arco di un decennio, i numeri attuali suggeriscono che la traiettoria di internazionalizzazione potrebbe risultare più rapida del previsto.
La tenuta dei prezzi – con valori medi che hanno toccato picchi record intorno ai 15 euro al chilo – rappresenta un ulteriore indicatore della forza contrattuale del prodotto. In un contesto macroeconomico complesso, dove l’inflazione sui beni alimentari ha eroso il potere d’acquisto in molti Paesi europei, il Parmigiano Reggiano è riuscito a difendere il proprio posizionamento premium, trasferendo i maggiori costi di produzione a valle senza subire contraccolpi insostenibili sull’export, almeno per ora. La sfida per il sistema di tutela, di fronte a questa crescita sproporzionata tra domanda interna ed estera, sarà quella di mantenere un equilibrio nella distribuzione delle forme, evitando che il mercato domestico – storicamente il barometro della qualità percepita – venga progressivamente marginalizzato dall’appetibilità dei mercati internazionali.




