La Nasa ha acceso il conto alla rovescia: l’equipaggio di Artemis II pronto a scrivere la storia, in attesa del via da Cape Canaveral

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Il conto alla rovescia per il ritorno dell’uomo nei pressi della Luna è ufficialmente iniziato. Sono bastati 53 anni per azzerare quel lasso di tempo che ci separava dall’ultima volta che l’umanità si era spinta così lontano, e ora, dal Kennedy Space Center in Florida, il razzo Space Launch System attende il momento esatto per accendere i suoi motori. Sarà mercoledì 1° aprile, con una finestra di lancio fissata per le 14 ora locale – le 20 in Italia – a segnare l’inizio della missione Artemis II, la prima dopo l’era dell’Apollo a trasportare un equipaggio in orbita lunare senza però prevedere un allunaggio, quanto piuttosto un volo di ricognizione ad alta quota che metterà alla prova i sistemi di supporto vitale e la resistenza strutturale della capsula Orion. Le previsioni meteorologiche, elaborate in collaborazione con lo Space Launch Delta 45 della Space Force, indicano una probabilità dell’80% di condizioni favorevoli, con l’unica variabile rappresentata dalla possibile presenza di nuvole o venti intensi che, nel caso, potrebbero imporre uno slittamento non prima del 6 aprile.

A bordo del veicolo, quattro astronauti si preparano a varcare una soglia che nessuno ha mai oltrepassato con le stesse caratteristiche. Il comandante Reid Wiseman, che ha già maturato una lunga permanenza sulla Stazione Spaziale Internazionale, guiderà l’equipaggio insieme al pilota Victor Glover, destinato a diventare la prima persona di colore a lasciare l’orbita terrestre per dirigersi verso la Luna. Accanto a loro, la specialista di missione Christina Koch, che detiene il record per il volo spaziale più lungo mai realizzato da una donna e che ora si appresta a essere la prima donna a compiere questo viaggio, e Jeremy Hansen, rappresentante dell’agenzia spaziale canadese, il cui ruolo sancisce la natura internazionale del programma Artemis e lo rende il primo non statunitense a partecipare a una missione lunare. Insieme, racchiusi in una capsula dalle dimensioni paragonabili a quelle di un furgone, affronteranno un viaggio di dieci giorni che li porterà a oltre 400.000 chilometri dalla Terra, superando il traguardo di distanza raggiunto da qualsiasi essere umano nei decenni precedenti.

La tecnologia criogenica e il nodo critico dello scudo termico

Mentre il razzo SLS viene alimentato con centinaia di migliaia di galloni di idrogeno liquido e ossigeno liquido, mantenuti a temperature criogeniche per garantirne la combustione controllata, l’attenzione degli ingegneri resta focalizzata su quello che è considerato il momento più critico della missione: il rientro atmosferico. La capsula Orion dovrà affrontare una velocità e un calore senza precedenti, con temperature che raggiungeranno i 3.000 Kelvin quando il plasma avvolgerà la struttura in una palla di fuoco. Proprio lo scudo termico, composto da materiale ablativo, rappresenta il componente più delicato dopo le perplessità emerse a seguito della missione Artemis I, quando gli ingegneri della Nasa rilevarono sulla superficie del rivestimento alcune anomalie legate all’ablazione non uniforme del materiale Avcoat.

Per affrontare questa criticità senza dover sostituire lo scudo termico già assemblato, la Nasa ha optato per una modifica della traiettoria di rientro, passando da un profilo a “doppio rimbalzo” a un ingresso diretto nell’atmosfera. Questa soluzione, validata attraverso analisi approfondite e test al suolo, ha ricevuto il pieno sostegno degli stessi astronauti, i quali hanno avuto modo di confrontarsi con i team di ingegneri e tecnici che hanno lavorato al perfezionamento del sistema. Come riferito in precedenti aggiornamenti tecnici, l’obiettivo è ridurre al minimo il tempo di esposizione della capsula alle temperature estreme, garantendo che il materiale ablativo svolga la sua funzione protettiva senza compromettere l’incolumità dell’equipaggio durante lo schianto nell’oceano Pacifico previsto al termine della missione.

Un equipaggio tra preparazione tecnica e significato storico

Negli ultimi giorni, l’equipaggio ha trascorso le ore in una sorta di quarantena protettiva all’interno del Neil A. Armstrong Operations and Checkout Building, seguendo un rigido programma di sonno e nutrizione finalizzato a garantire il massimo della forma fisica per il lancio. La loro preparazione non si è limitata agli aspetti fisiologici, ma ha incluso simulazioni ad alta fedeltà e verifiche tecniche per familiarizzare con i comandi di una navicella che, sebbene derivi da tecnologie collaudate, rappresenta comunque un prototipo mai utilizzato prima in configurazione abitata. Victor Glover, in particolare, ha approfondito lo studio dei diari di bordo originali delle missioni Gemini e Apollo, cercando nelle equazioni e nei grafici dei decenni scorsi le lezioni ancora valide per manovrare in condizioni di isolamento estremo.

L’aspetto simbolico della missione, del resto, non sfugge nemmeno ai protagonisti. Il fatto che un uomo di colore, una donna e un canadese si trovino insieme a rappresentare l’umanità in questo passo rappresenta un cambio di paradigma rispetto alla composizione demografica delle missioni degli anni Sessanta e Settanta, e gli stessi astronauti hanno sottolineato come questo risultato sia il frutto di un percorso collettivo che guarda a una presenza sempre più stabile e diversificata nello spazio. Christina Koch, che da bambina teneva appesa in camera la foto del “Earthrise” scattata durante l’Apollo 8, porta con sé oggi un piccolo quaderno di appunti scritti a mano dai propri cari, un “legame tattile” con la vita sulla Terra mentre si appresta a osservare il nostro pianeta dalla prospettiva lunare.

Il conto alla rovescia e le operazioni di lancio a Cape Canaveral

All’interno del Rocco Petrone Launch Control Center, i membri del team di lancio hanno preso posto ai propri terminali monitorando ogni parametro del razzo, dall’alimentazione dei sensori di bordo alla verifica dei circuiti di comunicazione. Il razzo SLS, che con i suoi 32 piani di altezza domina il Pad 39B, verrà sottoposto nelle ore immediatamente precedenti al decollo al riempimento del sistema di soppressione del suono, un serbatoio d’acqua enorme progettato per attutire le vibrazioni generate dall’accensione dei propulsori al momento del decollo. Quattro ore prima del lancio, quando mancherà poco al momento fatidico, gli astronauti indosseranno le tute pressurizzate e si imbarcheranno a bordo di Orion, pronti a ricevere il via libera definitivo dal direttore di lancio Charlie Blackwell-Thompson, che nelle ultime ore ha definito lo stato di salute del complesso “eccellente”.

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