Baghdad sotto le stelle: otto raid notturni contro il centro logistico Usa all’aeroporto internazionale
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Redazione Esteri
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La scorsa notte, fino all’alba di domenica, il cielo di Baghdad è stato solcato da razzi e droni in una sequenza operativa che ha visto otto attacchi distinti convergere verso il cuore logistico della presenza americana in Iraq. Il bersaglio, situato nell’area dell’aeroporto internazionale della capitale, è un centro diplomatico e logistico degli Stati Uniti, un nodo nevralgico che già da settimane era finito al centro delle tensioni regionali. Un funzionario della sicurezza irachena, descrivendo l’intensità dell’azione notturna, ha confermato che i raid sono stati “sferrati fino all’alba” con un mix di armi aeree a bassa quota, precisando che alcuni missili sono caduti nei pressi della base, senza però specificare la natura esatta dei danni o se vi siano state vittime all’interno del perimetro presidiato.
Non lontano dal luogo degli impatti, le forze di polizia irachene hanno rinvenuto un lanciarazzi abbandonato in un quartiere adiacente allo scalo, una scoperta che si inserisce in un modus operandi ormai consolidato: l’utilizzo di piattaforme mobili, spesso installate su veicoli civili, per eludere i sistemi di sorveglianza prima di abbandonarle al loro destino. L’escalation, del resto, non è un evento isolato ma il picco di una fase di scontro latente che dal 28 febborso – data di inizio delle ostilità congiunte tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran – ha trasformato l’Iraq in un teatro di rappresaglie costanti. Secondo dati raccolti sul campo, le basi diplomatiche e logistiche statunitensi nella capitale avrebbero subito oltre quattrocento attacchi nell’arco di poche settimane, un’intensità che testimonia la capacità operativa delle fazioni armate legate a Teheran di colpire con regolarità le installazioni della coalizione.
La notte dell’11 marzo e la memoria del “fortino” distrutto a Erbil
Se Baghdad rappresenta il fronte più caldo delle ultime ore, la tensione si respira con la stessa urgenza a nord, nel Kurdistan iracheno, dove l’aeroporto internazionale di Erbil ospita una base congiunta americana e italiana. Proprio qui, nella notte tra l’11 e il 12 marzo, un attacco con un drone kamikaze ha violato le difese aeree della coalizione, centrando in pieno Camp Singara, la struttura che ospita il contingente italiano impegnato nell’operazione Prima Parthica. “La notte tra l’11 e il 12 marzo eravamo già in stato di pre-allarme, il drone iraniano ha eluso i sistemi di sicurezza della coalizione ed è andato a impattare all’interno del campo”, ha raccontato un militare italiano che ha vissuto quei momenti all’interno del bunker.
L’ordigno – secondo le ricostruzioni rese possibili da un reportage realizzato all’interno della base – ha colpito con precisione la struttura che i soldati chiamano il “fortino”, riducendo in macerie la pizzeria presente nell’area e distruggendo un veicolo logistico parcheggiato nelle vicinanze. Le lamiere contorte e le strutture carbonizzate visibili sul posto raccontano la potenza dell’esplosione, che per fortuna non ha causato vittime tra i circa 300 militari italiani, riparatisi tempestivamente nei rifugi di cemento armato disseminati nell’area. Il comandante della base, nel mostrare i cunicoli protetti e i bunker numerati dove ora i soldati sono costretti a dormire e mangiare, ha spiegato come gli allarmi siano ormai all’ordine del giorno: un sistema di sirene seguito da altoparlanti che ripetono la parola d’ordine “bunker, bunker, bunker” per mettere in salvo il personale in pochi secondi.
L’ombra delle milizie e l’elusione delle difese aeree
La dinamica dell’attacco a Erbil rivela una strategia militare complessa, studiata per saturare le difese antiaeree dispiegate dagli americani. Fonti della sicurezza curda hanno riferito che quella notte l’attacco è stato condotto su due direttrici: quattro droni lanciati dall’Iran e altri quattro partiti dal sud, dalle milizie sciite irachene fedeli a Teheran, con l’obiettivo di confondere i sistemi C-Ram anti drone e i missili Patriot della coalizione. L’obiettivo tattico, evidentemente riuscito almeno in parte, era quello di far penetrare un ordigno per colpire le infrastrutture, senza che fosse chiaro se l’obiettivo primario fosse proprio il contingente italiano o l’intero comprensorio internazionale che gravita attorno allo scalo di Erbil.
La reazione istituzionale e la chiusura dello spazio aereo
Sul fronte istituzionale, l’escalation militare ha indotto il governo iracheno a prendere misure straordinarie per arginare i rischi di un coinvolgimento diretto del paese. L’Autorità per l’Aviazione Civile irachena ha infatti esteso la chiusura dello spazio aereo nazionale per tutte le operazioni di volo – sia in arrivo che in partenza – per ulteriori 72 ore a partire da domenica, una misura definita “precauzionale” in relazione agli sviluppi della sicurezza regionale. Una decisione, questa, che riflette la difficoltà di Baghdad nel gestire un territorio sempre più spesso utilizzato come piattaforma di lancio per attacchi che rischiano di trascinare il paese in una guerra per procura dagli esiti imprevedibili.
Mentre i raid su Baghdad e le incursioni su Erbil continuano a scandire le giornate, la situazione sul campo si fa sempre più complessa. In una delle ultime operazioni belliche che hanno coinvolto la capitale, un attacco con droni ha preso di mira il quartier generale del Servizio di intelligence nazionale iracheno, causando la morte di un ufficiale e innescando un incendio all’interno della struttura. Un episodio che dimostra come il fuoco incrociato tra Stati Uniti e milizie filo-iraniane stia investendo anche le istituzioni locali, nonostante i ripetuti appelli del premier iracheno alla stabilità. Intanto, le ambasciate occidentali continuano a monitorare la situazione con preoccupazione, mentre gli alleati europei – come dimostra la riorganizzazione delle truppe italiane dopo l’attacco di Erbil – riconsiderano la tenuta dei propri contingenti in un teatro di guerra che mostra segni di espansione quotidiana.




