L’ultimo passo di Loris Costantino su una griglia «marcia» dentro l’ex Ilva di Taranto
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
C’è una fotografia, scattata e diffusa da Luciano Manna attraverso la piattaforma Veraleaks, che restituisce la dimensione esatta – materiale e umana – della tragedia. Loris Costantino, operaio trentaseienne della ditta appaltatrice Gea Power, quel piano di calpestio lo ha calpestato pochi istanti prima che la lastra, corrosa e letteralmente fradicia, cedesse sotto il suo peso, inghiottendolo per una decina di metri nel vuoto del reparto Agglomerato, uno dei cuori pulsanti – ormai malato – dello stabilimento siderurgico di Taranto. L’immagine, che ritrae una griglia coperta di polveri e detriti in un’area che apparirebbe quasi dimenticata, è diventata immediatamente il simbolo di un’accusa che i colleghi e i sindacati ripetono ormai da anni, e che oggi, dopo l’ennesima morte, suona come un monito inascoltato: si lavora sul vuoto, si cammina su strutture che la ruggine ha reso inconsistenti, si muore perché un passo – uno soltanto – può trasformarsi in una caduta senza ritorno.
La dinamica, per quanto accertato nelle prime ore dall’ispettorato del lavoro e dalla Procura di Taranto, guidata da Eugenia Pontassuglia, sarebbe terribilmente lineare nella sua essenza, se non fosse che la linearità, in questi casi, non fa che rendere più evidente la voragine delle responsabilità. Loris Costantino, che lascia la moglie e due figli, si trovava nel reparto Agglomerato per svolgere mansioni di pulizia, probabilmente nei pressi di un nastro trasportatore, quando la superficie sulla quale poggiava i piedi è improvvisamente franata. Il, trasportato dapprima in infermeria e poi, in codice rosso, al pronto soccorso dell’ospedale Santissima Annunziata, presentava traumi gravissimi al torace e a un arto; i medici non hanno potuto fare altro che constatare il decesso, sopraggiunto poco dopo il ricovero.
Una sequenza di cedimenti e la rabbia silenziosa dei colleghi
L’eco di questo incidente, però, non si esaurisce nella cronaca del singolo evento, ma si innesta in una sequenza agghiacciante che sembra ripetersi con una cadenza quasi matematica. Appena un mese e mezzo fa, il 12 gennaio, Claudio Salamida, operaio di quarantasette anni, era precipitato per sette metri dall’acciaieria 2 a causa del distacco di una grata non fissata; anche in quel caso le passerelle, secondo le denunce di Veraleaks e di altri comitati, erano state definite fatiscenti e la zona, come oggi, venne posta sotto sequestro dalla magistratura, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti. Fuori dalla camera mortuaria, ieri, c’era Giusi, la moglie di Loris, sorretta da parenti e amici, incapace di reggersi in piedi, e i colleghi la guardavano senza parole, con quella rabbia impotente che monta quando ci si rende conto che il lavoro, in certi stabilimenti, può diventare una scommessa quotidiana con la sopravvivenza.
Lo sciopero e la convocazione politica
La reazione sindacale è stata immediata e compatta: Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato ventiquattro ore di sciopero per tutti i lavoratori diretti e dell’indotto, bloccando di fatto l’attività non solo a Taranto ma anche negli altri siti del gruppo, da Genova a Novi Ligure, per sottolineare come la questione della sicurezza abbia ormai superato i confini territoriali e sia diventata un problema strutturale dell’intera filiera siderurgica. Le segreterie nazionali, nel loro comunicato, hanno parlato di «ferita aperta» e hanno chiesto con forza un intervento immediato, ricordando che gli infortuni mortali di Salamida e Costantino si sarebbero potuti evitare se la manutenzione fosse stata affrontata con la priorità che merita. Nel frattempo, il governo ha convocato i rappresentanti dei lavoratori a Palazzo Chigi per il prossimo 5 marzo, un incontro che arriva dopo settimane di pressioni e che si annuncia già come un confronto decisivo non solo per le sorti dell’occupazione, ma per la stessa tenuta etica di un sistema produttivo che continua a produrre acciaio mentre i suoi piani di calpestio, letteralmente, si sbriciolano.
L’inchiesta e lo stato degli impianti
La Procura, che nel caso di Salamida aveva già iscritto nel registro degli indagati numerosi dirigenti, dal direttore generale Maurizio Saitta fino ai capi squadra, ora dovrà accertare se anche in questo caso le responsabilità risalgano la catena di comando fino ai vertici della gestione commissariale. L’area dell’Agglomerato è stata posta sotto sequestro, e i tecnici dello Spesal stanno raccogliendo campioni e testimonianze per capire se la griglia fosse stata sottoposta a controlli recenti, o se, come temono molti operai, fosse stata semplicemente dimenticata in un angolo della fabbrica, coperta dalla polvere e dall’incuria, in attesa che qualcuno, prima o poi, ci mettesse piede.




