Kasia Smutniak e la telecamera di Pietro Taricone: “Non so se ho mostrato troppo”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Alla Festa del Cinema di Roma, Kasia Smutniak ha presentato Mustang, il documentario che segna il suo ritorno dietro la macchina da presa a due anni da Mur. Accanto a lei, sul red carpet della XXI edizione, c’era la figlia Sophie Taricone, ventiduenne nata dall’amore con Pietro Taricone, scomparso nel 2010 in un incidente di paracadutismo.

Un’apparizione a due, quella delle due donne, che ha trasformato la passerella in un momento di memoria condivisa: la regista ha scelto un look total black firmato Giorgio Armani, mentre la ragazza ha puntato su un tailleur con giacca crop e pantaloni palazzo, completando il tutto con una serie di collanine sovrapposte.

Una promessa nata in Himalaya

La storia di Mustang affonda le radici nel 2003, quando Smutniak e Taricone partirono insieme per la remota regione nepalese al confine con il Tibet. All’epoca la coppia era giovane e aveva con sé una piccola videocamera con cui il giovane attore, diventato celebre con la prima edizione del Grande Fratello, filmava tutto ciò che accadeva intorno a loro. Fu proprio in quel viaggio che i due si promisero di tornare per contribuire alla salvaguardia della cultura locale.

La morte improvvisa di Taricone, avvenuta a 35 anni dopo un lancio che si concluse con un impatto violentissimo e nove ore di intervento chirurgico all’ospedale di Terni, interruppe quel proposito, senza però cancellarlo. Negli anni Smutniak è tornata più volte in quei luoghi, dando vita insieme a una nativa del posto a un progetto concreto: la costruzione di una scuola per i bambini della zona, che altrimenti sarebbero stati costretti a lasciare le proprie famiglie per studiare.

La domanda che ha cambiato tutto

Per anni la regista ha accumulato materiali, immagini e appunti senza trovare la chiave giusta per raccontare quella vicenda. La svolta è arrivata quando Sophie, ormai diciannovenne, ha deciso di partire da sola per il Mustang e ha chiesto alla madre dove fosse la vecchia videocamera del padre. «Nel momento in cui mi ha chiesto “Dov’è la telecamera di papà?” ho capito che quella sarebbe stata la chiave del racconto», ha spiegato Smutniak.

La ragazza ha portato con sé quello strumento, lo ha usato durante il viaggio ed è diventata la voce narrante del documentario, costruendo un rapporto diretto con i luoghi che i genitori avevano conosciuto prima che lei nascesse. La regista ha raccontato di non aver voluto imporre alla figlia alcuna responsabilità, lasciandole la libertà di scegliere se filmare oppure no.

La paura di esporsi e il cerchio che si chiude

Mustang intreccia le riprese amatoriali del 2003 con le immagini girate in tempi più recenti, in un racconto che attraversa ventitré anni di vita e di trasformazioni. Il documentario è prodotto da Fandango con Luce Cinecittà e arriva nelle sale il 23 novembre. Nel corso della presentazione romana, Smutniak ha parlato con franchezza del pudore provato nel mostrare al pubblico una vicenda tanto intima. «Non so se ho mostrato troppo», ha dichiarato, spiegando di aver aperto le porte sul personale ma di aver anche chiuso un cerchio.

La regista ha aggiunto di non credere nella pace davanti a un lutto, quanto piuttosto nella trasformazione, e di essersi aggrappata a quel pezzo della propria storia nella speranza che potesse essere d’aiuto a qualcun altro. La scuola costruita nel Mustang è diventata il segno tangibile di quella promessa, mentre la voce di Sophie accompagna lo spettatore attraverso un paesaggio che negli anni ha visto arrivare strade, elettricità e internet, minacciando lo spopolamento dei villaggi.

Una memoria che passa di mano

Nel documentario la presenza di Pietro Taricone non si esaurisce nel ricordo: le sue immagini, girate quando ancora non poteva conoscere il destino che lo attendeva, diventano il punto di vista attraverso cui la storia prende forma. Sophie, che non ha vissuto il viaggio del 2003, ha dovuto ricostruire una memoria mediata, affidandosi a quei fotogrammi e alla voce della madre. Il risultato è un passaggio di consegne tra generazioni, in cui la videocamera di un padre assente diventa lo strumento con cui una figlia sceglie autonomamente come avvicinarsi alla sua memoria.

Sul red carpet romano, accanto a lei, c’era una madre che per la prima volta ha accettato di condividere pubblicamente quel materiale privato, esponendosi al giudizio degli altri senza filtri.

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