L’Iran minaccia i vicini: “Se aiutate gli Usa, colpiremo i vostri aeroporti”
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Redazione Esteri
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Teheran alza il tiro contro i Paesi della regione. La minaccia è esplicita: chi concederà basi o supporto logistico agli Stati Uniti per il blocco delle compagnie aeree iraniane vedrà i propri aeroporti diventare obiettivi militari. La guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio con i raid congiunti americani e israeliani, è ormai al giorno 207 e lo Stretto di Hormuz resta il cuore pulsante di una crisi che nessuno riesce a sbloccare.
È qui che si consuma la partita più delicata, perché da questa lingua d’acqua larga appena 39 chilometri nel punto più stretto transita ancora una fetta vitale del commercio energetico mondiale, sebbene in fortissimo calo rispetto ai livelli prebellici.
La fotografia di Macron
A scattare la fotografia più lucida della situazione è Emmanuel Macron. Intervistato da ABC News durante la sua visita a New York per l’Assemblea generale dell’Onu, il presidente francese non usa giri di parole: al momento di lanciare la guerra contro l’Iran, la situazione nello Stretto di Hormuz «è stata probabilmente sottovalutata, e oggi dobbiamo risolvere la questione». Il capo dell’Eliseo ha ribadito che il suo «principale obiettivo» nell’incontro di lunedì scorso con Donald Trump era «trovare il giusto accordo» per riaprire quello che definisce il più importante snodo energetico globale.
Una chiusura, quella dello Stretto, che sta provocando un’impennata dei prezzi dei carburanti in tutto il mondo e che rischia di trasformarsi in una crisi umanitaria ben oltre i confini mediorientali.
Non è un caso che lo stesso Macron abbia aperto alla possibilità di un coinvolgimento diretto delle forze francesi per garantire la sicurezza della navigazione. «Non desidero entrare in conflitto con nessun Paese, ma siamo pronti a impegnarci maggiormente per preservare le capacità che assicurano questo transito», ha dichiarato il presidente francese, precisando però di non voler addossare colpe specifiche a Washington.
La Francia, ha ricordato, ha scelto di non partecipare alle operazioni militari, convinta che «provocare un cambio di regime bombardando un Paese non sia un’opzione praticabile».
Le sette condizioni di Teheran
Sul fronte diplomatico, la posizione iraniana resta granitica. Il segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Mohsen Rezaei, ha chiarito che Teheran non riprenderà i negoziati con Washington né riaprirà lo Stretto di Hormuz finché gli Stati Uniti non accetteranno le sette condizioni precedentemente avanzate. Tra queste figurano la fine della guerra su tutti i fronti, la liberazione dei fondi iraniani congelati all’estero e la revoca del blocco navale imposto dalle forze americane.
«Non torneremo al passato, alla situazione del memorandum di Islamabad o a ciò che è venuto prima», ha dichiarato Rezaei alla televisione di Stato. «A meno che gli Stati Uniti non soddisfino le sette condizioni, né lo Stretto di Hormuz sarà riaperto né inizieranno i negoziati».
La posizione di Teheran è stata ribadita con forza anche dal presidente Masoud Pezeshkian, intervenuto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. «L’Iran non si arrenderà alla forza militare, ma crede nella diplomazia», ha affermato il capo dello Stato iraniano, mettendo in guardia contro l’allargamento del conflitto nella regione e sostenendo che «la pace in Iran non arriverà dal campo di battaglia». Parole pronunciate mentre la delegazione americana lasciava l’aula in segno di protesta, a testimonianza di quanto il solco tra le parti resti profondo.
Consultazioni in chiaroscuro
Nonostante la retorica incendiaria, i canali diplomatici non sono del tutto chiusi. L’inviato speciale statunitense Steve Witkoff ha giudicato positive le consultazioni con la parte iraniana tenutesi a New York tramite mediatori, che hanno fatto la spola tra le delegazioni. Donald Trump ha definito «molto buono» e «molto produttivo» l’incontro durato tre ore, aggiungendo che un nuovo appuntamento è previsto a breve.
Nelle stesse ore, però, il presidente americano ha ribadito la minaccia di «annientare» la Repubblica islamica se non si arriverà presto a un accordo per porre fine a un conflitto che dura da quasi sette mesi.
A Teheran, tra i cittadini intervistati dopo i colloqui, prevale lo scetticismo. Marzieh Alikhani, avvocata, considera improbabile un’intesa e sostiene che nuovi negoziati rischierebbero di concedere al nemico il tempo necessario per riorganizzarsi. Una diffidenza che affonda le radici in mesi di promesse tradite e in una guerra che ha già lasciato sul terreno migliaia di vittime, con il prezzo del greggio che resta sopra i 100 dollari al barile e le compagnie aeree di mezzo mondo alle prese con una carenza di cherosene senza precedenti.
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