Il branco, la battuta e il coltello a un centimetro dal cuore: quattro minorenni in cella per il tentato omicidio di Porta Romana
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Redazione Interno
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C’è un centimetro che separa una vita dal baratro. Quella distanza, minima ma fatale se solo fosse stata valicata, Andrea la misura ogni giorno nei pensieri che gli attraversano la mente da quando, nella notte tra il 31 gennaio e il primo febbraio, un gruppo di ragazzini ha deciso di punirlo con la lama. Lui, studente del liceo scientifico di Chiavenna e produttore di basi musicali, era sceso a Milano con un amico per quella che doveva essere una serata di svago e si è ritrovato, poche ore dopo, riverso in una pozza del proprio sangue in via Salasco, nella zona di Porta Romana. I carabinieri della Compagnia Milano Porta Monforte, coordinati dalla Procura per i minorenni, hanno eseguito nelle scorse ore un’ordinanza di custodia cautelare che ha portato al Beccaria quattro giovanissimi: due diciassettenni italiani di seconda generazione e due sedicenni originari dello Sri Lanka. Per loro l’accusa, formulata dal gip Sofia Caruso su richiesta del pm Brunella Sardoni, è di tentato omicidio in concorso, porto abusivo d’armi e lesioni aggravate.
La genesi della violenza, ricostruita palmo a palmo dagli investigatori del Nucleo Operativo, affonda le radici in uno scambio di battute all’interno del McDonald’s di viale Sabotino, dove i due ventenni valtellinesi avevano incrociato il gruppo. Era passata da poco la mezzanotte quando uno dei componenti del branco, con una disinvoltura che suona oggi agghiacciante, si era vantato di nascondere nelle mutande un tirapugni e un coltello a scatto. Fu a quel punto che Marco, l’amico di Andrea, replicò con una frase che avrebbe pagato a caro prezzo: “portarsi dietro le armi a Milano è da puttane”. Un’affermazione che, seppur scherzosa, colpì nel vivo l’orgoglio del gruppo, sebbene in quel momento nessuno reagisse. La scintilla era però destinata a divampare poche ore più tardi, quando i due gruppi si ritrovarono al parco Ravizza e i ragazzi di Chiavenna, dopo aver salutato, si incamminarono verso la stazione.
Fu in quel frangente che G.F., il diciassettenne che aveva ostentato le armi, raggiunse i due per rinfacciare lo sfottò. “Perché mi hai dato della puttana? Qua la puttana sei tu!”. Marco venne subito preso di mira, ma fu Andrea a subire la furia più cieca: nel tentativo di difendere l’amico, si parò davanti a lui e venne investito da una bomboletta di spray al peperoncino che lo accecò. Poi, mentre chiedeva manforte ai complici, l’accoltellatore estrasse una lama dalla lunghezza di “una spanna” e colpì il giovane due volte: un fendente alla testa e un altro allo sterno, lato destro. La punta, come hanno ricostruito i medici del Policlinico che lo hanno salvato, penetrò nel torace fermandosi a un soffio dall’arteria polmonare destra. Andrea crollò a terra, ma per i quattro minorenni non era ancora finita. Nonostante la vittima fosse esanime e stesse perdendo circa un litro e mezzo di sangue, lo tempestarono di calci e pugni, cessando solo quando uno di loro urlò “Carabinieri!”. Nella fuga, immortalata in parte dalle telecamere di sorveglianza, si allontanarono ridendo.
La ferocia e l’allarme del giudice: “Spiccata disinvoltura e assenza di empatia”
Gli elementi raccolti dai militari dell’Arma hanno dipinto un quadro di rara efferatezza, tanto che il gip, nell’emettere la misura cautelare, ha sottolineato la “totale assenza di empatia” mostrata dagli indagati e la loro “spiccata disinvoltura” nell’uso della violenza e delle armi. Un allarme, quest’ultimo, rafforzato dal fatto che tre dei quattro ragazzi risultati gravemente indiziati fossero già noti alle forze dell’ordine per precedenti di rapina e lesioni. Dalle carte emerge anche un dettaglio che aggrava la loro posizione: poche ore prima dell’aggressione, il gruppo era stato fermato per un controllo dalle forze dell’ordine in via Bocconi, circostanza che – come evidenziato dal giudice – avrebbe dovuto quantomeno dissuaderli dal compiere azioni criminose, ma che al contrario ha dimostrato la loro incapacità di frenare gli impulsi e la sostanziale indifferenza verso le conseguenze penali.
L’indagine, risoltasi in tempi rapidi, si è avvalsa delle dichiarazioni di un testimone chiave, un amico comune che ha fornito dettagli decisivi: il soprannome dell’accoltellatore, le generalità di un suo parente e il profilo Instagram di un altro dei picchiatori, che dopo i fatti aveva tentato di contattare le vittime ricevendo come risposta un secco “Abbiamo chiuso”. Un riconoscimento senza ombra di dubbio, quello avvenuto in sede di visione degli album fotografici, che ha permesso di stringere il cerchio attorno ai quattro minorenni, tutti residenti tra il Corvetto, Muggiano e il Giambellino.
Il racconto della vittima: “Mi sono salvato per un soffio, non dimenticherò quel lago di sangue”
A distanza di un mese, Andrea ha ripreso in mano la sua vita: è tornato tra i banchi del liceo scientifico “Da Vinci” di Chiavenna, frequenta gli amici e continua a coltivare il sogno di fare musica, suonando il pianoforte e producendo elettronica. Ma la consapevolezza di essere sopravvissuto per un soffio non lo abbandona. In un’intervista rilasciata dopo gli arresti, ha riavvolto il nastro di quella notte: l’incontro con i ragazzi, l’istinto di proteggere l’amico, l’improvvisa sensazione di disorientamento causata dallo spray e poi il freddo della lama. “Non potrò mai dimenticare quello che ho provato”, ha raccontato, “mi sono ritrovato a terra in un lago di sangue, quasi morto, e continuavo a ricevere colpi”. I sanitari del 118, allertati da una chiamata, lo trassero in salvo mentre la ferita al torace aveva già causato un grave emotorace. “Ci è mancato poco: sarebbe bastato un centimetro in più e sarei morto”.




