L’inchiesta dell’USAV sul latte contaminato e i ritardi dei produttori

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il direttore supplente dell’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria, Michael Beer, ha rotto il silenzio istituzionale per annunciare l’apertura di un’inchiesta formale sulla vicenda del latte per l’infanzia contaminato da cereulide, una tossina prodotta dal batterio Bacillus cereus che, nei neonati, può scatenare violenti episodi di vomito e dissenteria. L’indagine, come riferito dallo stesso Beer in un’intervista ripresa dai media svizzeri, non si limiterà a una mera certificazione dei fatti, ma punta a ricostruire nel dettaglio la cronologia degli eventi delle ultime settimane, con l’obiettivo dichiarato di accertare eventuali responsabilità e negligenze da parte delle aziende coinvolte nella filiera produttiva -1-5. L’autorità federale, di fronte ai quindici casi segnalati sul territorio elvetico di sintomi riconducibili al consumo dei lotti incriminati, intende vederci chiaro sulla tempestività delle reazioni dei colossi del settore, un aspetto, questo dei tempi di risposta, che è rapidamente divenuto il nodo centrale dell’intera vicenda.

Al centro della bufera, infatti, non c’è soltanto la contaminazione in sé, quanto piuttosto la gestione dell’emergenza da parte dei produttori. La Fondazione svizzerotedesca per la protezione dei consumatori (SKS) ha puntato il dito in modo particolare contro il gruppo Danone, accusandolo di aver atteso troppo a lungo prima di ritirare dal mercato svizzero diversi lotti del marchio Aptamil, nonostante la contaminazione fosse già nota e nonostante in altri Paesi europei, come Germania e Austria, i richiami fossero scattati con ben altra solerzia -1-9. Una gestione, quella della multinazionale francese, definita “inaccettabile” dall’associazione, che ha evidenziato come l’azienda abbia fornito inizialmente risposte vaghe per poi procedere al ritiro solo a seguito delle nuove direttive europee, sollevando interrogativi sulla effettiva priorità data alla salute dei più piccoli rispetto ad altre logiche -9. Beer, pur evitando di commentare i singoli casi aziendali, ha lasciato intendere chiaramente che se emergeranno ritardi ingiustificati o violazioni degli obblighi di diligenza, le conseguenze potrebbero essere serie, con multe salate o addirittura l’avvio di procedimenti penali a carico dei responsabili -1-5.

Il nodo delle materie prime e i richiami a catena

Le indagini dell’USAV si concentreranno anche sulla complessa filiera degli ingredienti, un aspetto cruciale per comprendere la portata internazionale del problema. La contaminazione, come ormai acclarato, non riguarda solo i marchi del gruppo Danone, ma ha investito un’intera fetta del mercato globale. A monte di tutto, secondo le ricostruzioni, ci sarebbe una partita di olio ricco di acido arachidonico (ARA), un integratore fondamentale nelle formulazioni per lattanti, che sarebbe stato contaminato già a monte dal fornitore. Questo ingrediente, prodotto dall’azienda cinese Cabio Biotech, è stato utilizzato da diversi giganti del settore, scatenando un effetto domino di richiami che ha travolto, oltre a Danone, colossi come Nestlé e Lactalis, e in Svizzera anche il gruppo locale Hochdorf, che ha dovuto ritirare circa diecimila confezioni di latte di capra in polvere del marchio Bimbosan -2-4-8.

La situazione, lungi dall’essere un episodio isolato, ha rivelato una vulnerabilità strutturale del sistema di sicurezza alimentare, messo ulteriormente alla prova dall’aggiornamento dei parametri scientifici. È stata l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) a fornire il nuovo quadro di riferimento, definendo per la prima volta le concentrazioni di cereulide considerate preoccupanti per la salute dei neonati e fissando limiti molto più rigorosi rispetto al passato -4-7. Questa nuova soglia, che ha imposto alle aziende di adeguare i propri controlli, è stata la scintilla che ha innescato i maxi-richiami, come quello che in Italia ha coinvolto 76 lotti di prodotti a marchio Aptamil, Mellin e Profutura distribuiti da Danone, con la motivazione ufficiale dell’“adeguamento alle nuove linee guida EFSA” -3-7.

Il ruolo dell’EFSA e la questione dei controlli

La pubblicazione dei nuovi parametri da parte dell’EFSA, avvenuta nei primi giorni di febbraio, ha rappresentato una vera e propria svolta nella gestione della crisi. Fino a quel momento, come emerso da diverse ricostruzioni, non esisteva un limite armonizzato a livello europeo per la cereulide negli alimenti per l’infanzia, e i controlli su questa specifica tossina non erano sistematici -8. L’ente europeo, nella sua valutazione rapida del rischio, ha stabilito una dose acuta di riferimento particolarmente cautelativa per i lattanti, tenendo conto della loro minore capacità di metabolizzare sostanze tossiche. Sulla base di questi studi, l’EFSA ha concluso che concentrazioni superiori a 0,054 microgrammi per litro nella formula per lattanti possono comportare il superamento dei livelli di sicurezza, fornendo così ai gestori del rischio di tutti gli Stati membri una base scientifica solida per intervenire -4.

L’adeguamento a questi nuovi standard ha costretto i produttori a rivedere i propri protocolli e ad allargare il numero di lotti da ritirare. Non solo Danone, ma anche Nestlé ha ampliato i richiami in diversi Paesi europei, spiegando di applicare limiti interni persino più restrittivi di quelli suggeriti dall’EFSA per garantire la massima sicurezza -4. Rimane, sullo sfondo, la domanda sollevata da più parti, e che l’inchiesta svizzera dovrà chiarire, sul perché le allerte non siano scattate prima in modo uniforme: la stessa Fondazione per la protezione dei consumatori ha criticato la mancanza di una supervisione pubblica efficace e di obblighi di informazione più stringenti, che lascerebbero le aziende libere di agire in ordine sparso, talvolta anteponendo la tutela della propria immagine alla sicurezza -9. L’indagine dell’USAV, dunque, si preannuncia come un banco di prova fondamentale per stabilire se le attuali maglie del sistema di controllo siano sufficientemente strette o se, come temono le associazioni, necessitino di una profonda revisione.

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