Milano Cortina 2026, l’eredità di un’olimpiade da trenta medaglie e l’elogio del modello diffuso
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Redazione Sport
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Si sono spente da poche ore le fiamme dei bracieri, quella di piazza Dibona a Cortina e quella allestita per l’occasione a Milano, e già il racconto di questi Giochi invernali assume i contorni della pagina indelebile per lo sport italiano. La cerimonia di chiusura nell’Arena di Verona, una scenografia che ha visto alternarsi l’arte di Roberto Bolle alla musica di Gabry Ponte, è stato solo l’atto formale di un commiato che la delegazione azzurra e il Comitato olimpico vivono con la consapevolezza del risultato straordinario. Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, intervenuto ai microfoni di Radio Anch’io Sport, non ha usato giri di parole nel definire l’impresa: l’Italia ha fatto bella figura, e i numeri, si sa, talvolta riescono a essere persino più eloquenti delle parole. Il medagliere finale parla di trenta podi – dieci ori, sei argenti e quattordici bronzi – un bottino che supera di dieci lunghezze il precedente record di Lillehammer 1994 e che proietta il paese in una dimensione inedita per una rassegna a cinque cerchi -1-2.
Dietro ogni metallo conquistato, e ce n’è stato per tutti i gusti, dallo slittino al pattinaggio di velocità, dallo sci di fondo al biathlon, c’è la trama di un lavoro certosino che Buonfiglio ha voluto ricondurre a un metodo preciso, quello che mette l’atleta al centro del progetto e che costruisce armonia tra le componenti, dai gruppi sportivi militari al supporto sanitario dell'Istituto di Medicina e Scienza dello Sport -1. E se il presidente parla di un “30 e lode” che va oltre il dato numerico, lo fa per includere in questo voto anche chi è arrivato quarto, quinto o sesto, quei ragazzi e quelle ragazze separati dal podio da centesimi o da un infortunio di troppo, e che meritano un abbraccio corale prima di qualsiasi classifica -1. Non è retorica, è la fotografia di una spedizione che ha saputo trasformare la pressione dei Giochi di casa in carburante, come dimostrano le imprese di Federica Brignone capace di tornare e vincere dopo un infortunio tremendo, o la valanga di medaglie dello short track e dello slittino, discipline che hanno regalato all’Italia gioie a ripetizione -2.
Ma al di là dell’aspetto puramente agonistico, ciò che emerge con forza dai bilanci tracciati dal numero uno del Coni e dall’amministratore delegato della Fondazione Milano Cortina 2026, Andrea Varnier, è la riuscita di un azzardo organizzativo: quello delle Olimpiadi diffuse -4. Un modello che per la prima volta spalmava le competizioni su un territorio vastissimo, ventiduemila chilometri quadrati tra Lombardia, Trentino e Veneto, e che alla vigilia faceva temere il peggio sul fronte logistico. Invece, e qui le parole di Buonfiglio si fanno nette, i trasporti hanno funzionato, così come la sicurezza, gestita con un profilo basso ma efficace, una presenza discreta delle forze dell'ordine – seimila unità di rinforzo tra polizia e militari, più duemila carabinieri e millenovecento soldati – che ha blindato gli eventi senza appesantire l'atmosfera festosa, al contrario di quanto accaduto in altre manifestazioni internazionali -1-5-10. I numeri diffusi dalla Fondazione certificano il successo di pubblico: un milione e trecentomila biglietti venduti, pari all’88 per cento della disponibilità, con una platea internazionale proveniente per il 63 per cento dall’estero, dominata da tedeschi e statunitensi, questi ultimi giunti in Italia con il loro presidente, Donald Trump, tra gli spettatori illustri dell'hockey maschile -3-4.
C’è poi l’aspetto dell’accoglienza, quel capitolo che spesso sfugge alle cronache tecniche ma che costruisce la reputazione di un paese. Il presidente del Coni ha voluto sottolineare come i complimenti siano piovuti da ogni delegazione straniera, non solo per l’organizzazione dei villaggi olimpici, che hanno ospitato atleti da ogni latitudine consumando quotidianamente quintali di pasta e migliaia di caffè, ma anche per il cibo, per la capacità di far sentire a casa persone provenienti da novantotto paesi diversi -1-4. Un plauso che Varnier ha tradotto in cifre, raccontando di millesettecento dipendenti della Fondazione affiancati da diciottomila volontari, di cui oltre la metà donne, un esercito di sorrisi e competenza che ha gestito i flussi e reso possibile l’impossibile: far convivere in armonia sessantadue nazionalità all'interno dello staff e garantire standard elevatissimi in sedi lontane tra loro -4. L'eredità, a questo punto, non è solo nei cinque miliardi di euro spesi per infrastrutture che in molti casi resteranno – come la nuova pista da bob di Cortina intitolata a Eugenio Monti – ma nella credibilità internazionale guadagnata sul campo -9.




