Ben-Gvir e l'impiccagione dei detenuti: l'estrema destra israeliana rilancia la pena di morte
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Redazione Esteri
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Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, ha scelto ancora una volta le dichiarazioni più estreme per riaccendere i riflettori sul suo operato e sulla sua agenda politica, a pochi giorni da un appuntamento elettorale che si preannuncia cruciale per gli equilibri interni al governo di Gerusalemme.
Nel corso di un podcast condotto insieme a Rom Braslavski, ex ostaggio di Hamas, l'esponente di punta dell'estrema destra ha ribadito con forza la sua posizione sulla questione dei prigionieri palestinesi, affermando che farà tutto quanto è in suo potere perché le condanne capitali, già previste da una nuova normativa, vengano effettivamente eseguite.
Ben-Gvir ha aggiunto, senza mezzi termini, di sperare che i detenuti palestinesi vengano impiccati "uno a uno", auspicando l'applicazione sistematica della pena di morte per coloro che sono stati giudicati colpevoli di attacchi mortali contro cittadini israeliani.
La stretta sulla pena di morte e il confronto con l'ex ostaggio
Le parole di Ben-Gvir, pronunciate durante un dialogo con Braslavski, hanno riportato al centro del dibattito pubblico israeliano la questione della pena capitale, un istituto giuridico che in Israele esiste su carta per reati eccezionali ma che di fatto non viene applicato da decenni, se si esclude il caso emblematico di Adolf Eichmann.
Il ministro ha fatto riferimento esplicito alla nuova legislazione che ha introdotto la possibilità di ricorrere all'impiccagione per i condannati palestinesi, sottolineando la sua determinazione a rimuovere ogni ostacolo burocratico o giudiziario che possa impedire l'esecuzione delle sentenze. Le sue dichiarazioni giungono in un momento di particolare tensione, con le forze di sicurezza israeliane impegnate in operazioni quotidiane nei territori e con il governo che cerca di mantenere una linea dura per rispondere alle pressioni dell'elettorato più radicale.
L'ex ostaggio Braslavski, ascoltando le parole del ministro, non ha mostrato particolari segni di dissenso, contribuendo a creare un contesto comunicativo nel quale le tesi più estreme trovano spazio senza essere contraddette.
L'ombra di Gaza e le minacce notturne
Non è la prima volta che Ben-Gvir utilizza un linguaggio di fuoco per descrivere le sue intenzioni riguardo al conflitto con i palestinesi, e in particolare sulla Striscia di Gaza, dove ha recentemente avanzato la proposta di intensificare le operazioni militari su base quasi quotidiana.
Nel corso dello stesso podcast, il ministro ha infatti sostenuto la necessità di uccidere "tra le 30 e le 40" persone ogni notte a Gaza, un'affermazione che ha suscitato preoccupazione tra gli osservatori internazionali e che si inserisce in un quadro di escalation retorica già ampiamente criticato dalle organizzazioni per i diritti umani.
Le immagini che avevano fatto il giro del mondo poche settimane prima, quelle in cui Ben-Gvir appariva mentre inveiva contro gli attivisti internazionali della Global Sumud Flotilla ammanettati e con il volto a terra, avevano già fornito un'anticipazione di quello che sembra essere il suo stile di governo, fatto di provocazioni mediatiche e di un approccio alla sicurezza pubblica che molti definiscono spregiudicato.
Con le elezioni del 27 ottobre ormai alle porte, il ministro sembra voler consolidare il suo ruolo di leader indiscusso della destra radicale, facendo leva su una base elettorale che non teme la polarizzazione e che anzi chiede risposte militari e giudiziarie sempre più severe.
La reazione iraniana e le minacce a Trump
Mentre le parole di Ben-Gvir facevano il giro dei media israeliani, da Teheran arrivavano segnali di una tensione che non accenna a diminuire, con il fronte interno iraniano che si mobilita contro quello che viene definito l'asse Stati Uniti-Israele. Il Comando generale delle forze armate iraniane ha diffuso un comunicato, ripreso dall'agenzia Mehr, nel quale dichiara che il paese non si fermerà finché i nemici, rappresentati da Washington e Gerusalemme, non saranno "completamente sconfitti nella regione" e i diritti dell'Iran non saranno riconosciuti.
Un messaggio che si accompagna all'avvio dell'iter parlamentare per un disegno di legge sullo Stretto di Hormuz, un passaggio strategico vitale per il commercio mondiale del petrolio, e che aumenta il livello di allerta sulla possibile chiusura o limitazione del transito navale.
Sul fronte delle dichiarazioni individuali, è intervenuto anche il deputato ultraconservatore Ebrahim Azizi, presidente della Commissione Sicurezza nazionale e Politica estera del Parlamento iraniano, che ha rivolto un attacco diretto al presidente americano Donald Trump, invitandolo a preoccuparsi della propria sicurezza piuttosto che di continuare a "bluffare" sullo Stretto di Hormuz, minacciandolo con un riferimento beffardo alla possibilità di finire a nascondersi in un furgone per la vendita di cibo.
La tensione come strumento politico
Il quadro che emerge dalle dichiarazioni incrociate tra i leader israeliani e iraniani è quello di una regione in cui il linguaggio della forza e della minaccia diretta è diventato il principale strumento di comunicazione politica, sostituendo di fatto qualsiasi tentativo di mediazione o dialogo.
Ben-Gvir, con le sue parole sull'impiccagione e le uccisioni notturne, non si limita a esprimere un'opinione personale, ma cerca di influenzare la prassi giudiziaria e militare del suo paese, spingendo il governo verso una deriva che molti analisti definiscono pericolosa per la stabilità stessa di Israele. D'altro canto, le reazioni iraniane mostrano come ogni mossa di Gerusalemme venga immediatamente intercettata e restituita in chiave propagandistica da Teheran, alimentando un circolo vizioso di scontri verbali che rischiano di tradursi in azioni sul campo.
In questo contesto, l'appuntamento elettorale del 27 ottobre assumerà un valore simbolico e politico fondamentale, perché potrebbe legittimare ulteriormente le posizioni di Ben-Gvir o, al contrario, frenare la sua ascesa, ma nel frattempo le sue parole continuano a segnare il dibattito pubblico e a preoccupare chi osserva la scena mediorientale da fuori.
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