Il calcio italiano si interroga sul numero di italiani in campo, ma l’Udinese resta fanalino di coda con appena il 14%

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Mentre si continua a dibattere sull’ennesimo flop della nazionale, privata ormai da tre edizioni consecutive della fase finale del mondiale, si sviscera anche uno degli argomenti più caldi: l’utilizzo di calciatori stranieri rispetto a quelli italiani nelle squadre di Serie A. Il dato, che emerge da una tabella pubblicata dal Corriere dello sport, è impietoso per molti versi. Solo due formazioni del massimo campionato, infatti, superano la soglia del cinquanta per cento di presenze in campo riservate ai calciatori italiani: si tratta del Cagliari, che tocca il cinquantotto per cento, e della Fiorentina, ferma al cinquantatré. A chiudere questa classifica, quasi a rappresentare un simbolo involontario del problema, c’è l’Udinese: nel club friulano, il tasso di impiego degli italiani scende drammaticamente al quattordici per cento. Un numero, quest’ultimo, che fotografa una tendenza ormai strutturale.

La proposta dell’Assocalciatori: un numero minimo di italiani in campo da studiare con il governo

È in questo contesto, reso ancora più incandescente dalle dimissioni di Gabriele Gravina – che pure secondo le parole di Umberto Calcagno «ha ancora la fiducia e la stima delle componenti» – che il presidente dell’Aic ha deciso di rompere gli indugi. Calcagno, intervenuto dopo i fatti di Roma del due aprile, ha parlato del momento del calcio italiano e delle possibili soluzioni da adottare. «Per ora abbiamo individuato i problemi», ha dichiarato, respingendo al contempo l’idea di una guerra allo straniero. E ha portato un esempio chiaro: in Spagna, dove non hanno nemmeno stabilito un tetto per gli extracomunitari, nella Liga gioca quasi il sessanta per cento di calciatori spagnoli. Da qui la proposta dell’Assocalciatori: introdurre una normativa che obblighi i club di Serie A a schierare un numero minimo di italiani in campo. Una regola, ha precisato Calcagno, da studiare però insieme al governo.

L’apertura al settore scommesse e la riforma fiscale tra i nodi sul tavolo

Calcagno, nel suo intervento, ha allargato il discorso ad altri due fronti caldi. Il primo riguarda la possibilità di aprire al settore delle scommesse, una misura che – a suo avviso – andrebbe valutata con attenzione per trovare nuove risorse. Il secondo tocca la riforma fiscale, considerata ormai indispensabile per rendere il campionato più competitivo senza penalizzare i vivai. E a proposito di numeri, il presidente dell’Aic ha messo in guardia anche sull’ipotesi di ridurre a diciotto le squadre di Serie A: un cambiamento, questo, che rischierebbe di creare problemi con i parametri Uefa. Non ci sono certezze, ma la direzione sembra tracciata.

Tra obblighi normativi e mercato globale, la sfida è tutta interna

La speranza, come ha detto lo stesso Calcagno, è che oggi si parli finalmente di tanti temi a lungo rimasti in secondo piano. Ma i numeri parlano chiaro: senza un intervento strutturale, il divario tra presenze italiane e straniere rischia di ampliarsi ulteriormente. La proposta di un obbligo normativo – già ventilata in passato dopo altre delusioni della nazionale – torna dunque al centro del dibattito, stavolta con il sostegno esplicito dell’Assocalciatori. E mentre il Cagliari e la Fiorentina continuano a rappresentare un’eccezione virtuosa, l’Udinese incarna l’altra faccia della medaglia. Quella di un calcio che, per usare le parole del presidente del sindacato, deve «uscire dalla contrapposizione» e rimboccarsi le maniche. Senza più rimandi.

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