Loro Piana finisce sotto amministrazione giudiziaria per caporalato: la filiera del lusso e il lavoro nero
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Redazione Economia
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Mentre il cashmere più pregiato diventa una giacca da tremila euro, nelle periferie operaie si consuma un altro tipo di storia, fatta di caporalato e sfruttamento. Loro Piana, marchio simbolo dell’eleganza italiana e oggi parte del colosso LVMH, è finito in amministrazione giudiziaria per non aver vigilato su una filiera che, stando all’inchiesta della Procura di Milano, nascondeva condizioni da lavoro schiavistico.
Tutto è partito da una denuncia: un sarto cinese, impiegato in un opificio di Baranzate, nell’hinterland milanese, ha raccontato ai carabinieri di giornate massacranti, tredici ore al giorno senza riposo, pagato in nero e minacciato se osava protestare. Cuciva giacche in cashmere destinate alle boutique della maison, pezzi che poi venivano rivenduti a prezzi quaranta volte superiori a quelli di produzione. Un sistema che, secondo gli investigatori, è stato reso possibile dall’assenza di controlli da parte di Loro Piana, la quale, pur senza un diretto coinvolgimento, avrebbe agevolato – seppur colposamente – il caporalato.
Non è il primo caso nel mondo della moda: già Armani Operations, Dior e Valentino erano finiti nel mirino della magistratura per dinamiche simili. Ma questa volta è toccato a un brand che ha fatto del lusso estremo la sua cifra, con capi che diventano status symbol per una clientela globale. Eppure, dietro quella raffinatezza, si nascondeva una realtà ben diversa, fatta di opifici in nero e lavoratori privati dei diritti più elementari.




