Rocco Siffredi passa al contrattacco e querela ventuno persone, tra cui due autori delle Iene e sedici attrici che lo avevano accusato di abusi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La battaglia legale, quella che probabilmente farà da spartiacque in una vicenda finora dominata dalle narrazioni televisive e dai proclami social, è ufficialmente cominciata. Rocco Siffredi, all’anagrafe Rocco Tano, ha depositato presso la Procura di Milano una maxi-querela per diffamazione che punta a ribaltare il racconto andato in onda nella primavera del 2025, quando il programma Le Iene dedicò diverse puntate a testimonianze di aspiranti e affermate attrici hard. Queste ultime, alcune a volto coperto e altre no, parlavano di presunte violenze, pressioni psicologiche e abusi consumati – a loro dire – dentro e fuori dal set delle produzioni facenti capo all’Accademia dell’Hard dell’attore e regista abruzzese. La risposta del diretto interessato, assistito dall’avvocata Rossella Gallo, è arrivata sotto forma di un fascicolo cartaceo di oltre duecento pagine e di un hard disk contenente cinquecento giga di materiale audiovisivo e documentale, consegnati alla pm Marina Petruzzella. L’obiettivo dichiarato è dimostrare l’infondatezza delle accuse, smontando quella che la difesa definisce una “campagna di fango studiata a tavolino”.
La composizione della lista dei querelati e il nucleo centrale della controffensiva
Ventuno sono le persone finite nell’elenco degli indagati a seguito dell’esposto, un numero che comprende due autori del programma di Italia 1, sedici pornostare (tra cui alcune comparse nei servizi incriminati) e altre tre persone al momento ignote. La strategia difensiva di Siffredi si basa su un assunto piuttosto lineare: le accuse, per quanto gravi, non si sarebbero mai trasformate in denunce penali formali, rimanendo confinate nell’alveo del racconto mediatico. A supporto di questa tesi, il materiale versato agli atti includerebbe i girati integrali delle scene incriminate – quelli non tagliati dal montaggio televisivo – e una serie di cosiddette “videoliberatorie”. Si tratta di registrazioni in cui le attrici, documento d’identità alla mano e davanti all’obiettivo, confermano la loro piena adesione alle scene girate, escludendo qualsiasi forma di costrizione o violenza. Non solo: la difesa avrebbe recuperato vecchie interviste e partecipazioni a podcast in cui alcune delle stesse querelanti sprecavano elogi nei confronti del lavoro e della professionalità dell’attore, in aperta contraddizione con le versioni fornite successivamente alle telecamere delle Iene.
La posizione della trasmissione e l’accusa di manipolazione giornalistica
Di fronte all’iniziativa giudiziaria, la redazione de Le Iene ha diffuso una nota in cui ribadisce la correttezza del proprio operato, esercitato – viene sottolineato – nel pieno rispetto del diritto di cronaca e su una vicenda di indiscutibile interesse pubblico, in un’epoca in cui molte donne faticano ancora a denunciare. Tuttavia, un passaggio specifico della querela contesta proprio i metodi del programma, puntando il dito su un presunto montaggio ingannevole. Nel mirino finisce un’intervista rilasciata dallo stesso Siffredi: il servizio lo mostrava in lacrime, e il contesto televisivo lasciava intendere che il pianto fosse legato alle pesanti accuse mossegli contro. La realtà, sostengono i legali, era completamente diversa: quel momento di commozione riguardava una vicenda strettamente privata e dolorosa, ovvero le condizioni di salute del figlio, in quel periodo ricoverato in ospedale. Un dettaglio, quest’ultimo, che secondo la difesa dimostrerebbe la volontà di costruire una narrazione distorta e diffamatoria, tagliando e ricucendo le immagini per suggerire un senso di colpa inesistente.
Le testimonianze silenziate e la protesta del personale di scena
Un altro pilastro della memoria difensiva poggia sulle dichiarazioni di chi, sui set, ci lavora stabilmente. Cameraman, tecnici delle luci, costumisti e fonici – figure che gravitano attorno alle produzioni hard – avevano già dato vita a una protesta simbolica nei mesi scorsi, apparendo sui social con un nastro nero applicato sulla bocca. Un gesto, quello, con cui intendevano denunciare l’impossibilità di portare la propria versione dei fatti nel dibattito pubblico, sentendosi esclusi dal contraddittorio televisivo. Molti di loro hanno ora chiesto di poter testimoniare a favore di Siffredi, raccontando la normalità e la professionalità con cui vengono gestite le riprese, smentendo di fatto l’atmosfera di presunta sopraffazione descritta nei servizi. La loro voce, finora inascoltata, potrebbe rivelarsi centrale nel prosieguo dell’inchiesta guidata dalla pm Petruzzella, chiamata a vagliare non solo le accuse delle attrici ma anche la mole imponente di elementi portati a discarico dall’attore.




