Desertificazione commerciale, in cinque anni spariti quasi centomila negozi. Il rapporto Confcommercio ribalta la prospettiva: è la fotografia di un'Italia che cambia

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non compriamo più come una volta. E se il commercio arretra, arretra perché prima di tutto sono cambiati gli italiani. È questa, in estrema sintesi, la chiave di lettura proposta dal primo Rapporto sul Commercio di Confcommercio, realizzato con il contributo dell'Istituto Tagliacarne. Un'analisi che, anziché partire dalle insegne che si abbassano, rovescia il cannocchiale e punta l'attenzione su chi quelle insegne non le frequenta più: famiglie con meno tempo, abitudini di consumo rivoluzionate, una mobilità diversa e un'idea stessa di "fare la spesa" che si è trasformata radicalmente.

Un fenomeno nazionale che travolge anche Sicilia e Piemonte

Il dato nazionale è impietoso e racconta una progressiva desertificazione commerciale che non risparmia alcuna regione, sebbene con intensità diverse. Tra il 2018 e il 2025, il bilancio netto del commercio al dettaglio italiano ha registrato la scomparsa di quasi centomila attività tra negozi di vicinato e ambulanti, un'emorragia che ha interessato sia i centri storici, un tempo polmoni pulsanti dell'economia cittadina, sia i quartieri periferici.

Se si guarda al dettaglio fisso, la contrazione si attesta attorno al 14,4% nel periodo considerato, con un trend che per il 2024 e il 2025 non accenna a invertire la rotta. In questo quadro, la Sicilia ha perso in cinque anni quasi il 7% dei propri negozi al dettaglio, mentre il Piemonte ha fatto registrare un calo ben più marcato, pari al 10,2%, un dato che allinea il Nord-Ovest a regioni come Veneto ed Emilia Romagna, tradizionalmente considerate più vivaci dal punto di vista economico.

Il paradosso dei 410 miliardi di fatturato

A rendere ancora più drammatico il quadro, se così si può dire, è il paradosso che emerge dalle stesse rilevazioni Confcommercio. Da un lato, infatti, la desertificazione dei punti vendita procede inesorabile; dall'altro, il fatturato aggregato del commercio al dettaglio non solo non diminuisce, ma cresce in modo esponenziale, superando quota 410 miliardi di euro con un incremento del 25% rispetto al periodo precedente.

Una polarizzazione che racconta di un settore che si trasforma e si concentra, dove il denaro speso dagli italiani confluisce sempre più verso grandi superfici, piattaforme digitali e formule distributive che non richiedono la presenza fisica capillare sul territorio. La filiera della distribuzione, insomma, si sta riorganizzando in profondità, e la perdita di quasi centomila esercizi è il riflesso di un'offerta che si adatta a una domanda sempre più selettiva e orientata alla convenienza, alla velocità e alla varietà dell'assortimento.

La densità commerciale in calo e il nodo occupazionale

La riduzione della presenza commerciale incide inevitabilmente anche sulla densità delle attività per abitante, un indicatore che misura la vitalità di un territorio e che, in molte aree del Paese, è ormai precipitato sotto la soglia di guardia. Le ricadute sul fronte occupazionale sono significative, sebbene il rapporto non quantifichi in modo puntuale il saldo tra i posti di lavoro persi nei piccoli esercizi e quelli eventualmente creati nei nuovi canali distributivi.

La contrazione colpisce in particolare le botteghe tradizionali e il commercio su aree pubbliche, categorie che storicamente rappresentavano un presidio sociale e un volano per l'occupazione femminile e giovanile, ma che oggi pagano il prezzo di un cambiamento epocale nelle abitudini di spesa e nella gestione del tempo libero.

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