Garlasco, la ninidrina e il peso dell’impronta 33 nel nuovo corso delle indagini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ormai celebre impronta 33, rinvenuta sul muro di casa Poggi a Garlasco, potrebbe rivelarsi un elemento chiave per l’esito dell’inchiesta, riportata sotto i riflettori dalla procura di Pavia. Al centro del maxi incidente probatorio previsto per il 13 giugno, la difesa di Alberto Stasi punta a dimostrare che in quella traccia palmare – attribuita dalle nuove perizie ad Andrea Sempio – siano presenti anche residui ematici. Un dettaglio che, se confermato, aprirebbe scenari inediti in un caso che da anni divide investigatori e opinione pubblica.

Non solo l’impronta 33, però. Le indagini riaperte stanno riportando alla luce altri interrogativi lasciati in sospeso, come le quattro impronte digitali insanguinate rinvenute sul pigiama di Chiara Poggi. Quelle tracce, che con ogni probabilità appartengono all’assassino, non furono mai analizzate: arrivate ormai completamente impregnate di sangue al medico legale, finirono per essere considerate inutilizzabili e, nel 2022, furono distrutte. Un fatto che oggi assume un peso diverso, alla luce delle nuove tecnologie e delle tecniche investigative allora non disponibili.

Intanto, il pool difensivo di Stasi si prepara a depositare una consulenza tecnica per sostenere che nell’impronta 33 sia presente materiale biologico. Una mossa che mira a scuotere le fondamenta dell’accusa, mentre la procura rinuncia – per ora – a interrogare Sempio, dopo che quest’ultimo non si è presentato all’udienza del 20 maggio scorso per un vizio formale nella convocazione.

Parallelamente, un altro elemento potrebbe tornare sotto esame: l’impronta 10, lasciata da quella che gli investigatori definiscono una "mano sporca" durante la fuga dell’omicida. Anche questa verrà riesaminata nel corso dell’incidente probatorio, che prenderà il via il 17 giugno.

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