Trump minaccia “un’intera civiltà”, poi accetta la tregua di due settimane. Teheran: “Vittoria”
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Redazione Esteri
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L’ultimatum lanciato da Donald Trump all’Iran, quello che nelle sue parole avrebbe dovuto segnare “stanotte la morte di un’intera civiltà”, si è risolto in una frenetica marcia indietro. Il presidente degli Stati Uniti, dopo aver alimentato per settimane lo spettro di un’ecatombe militare, ha infatti accettato una tregua di due settimane – una finestra negoziale richiesta dal Pakistan – sebbene a una condizione non negoziabile: la Repubblica Islamica dovrà riaprire completamente, immediatamente e in sicurezza lo Stretto di Hormuz. L’annuncio, affidato come ormai consuetudine a un post su Truth, ha gelato gli ambienti bellicisti di Washington: l’amministrazione, che aveva costruito la propria strategia sulla rappresaglia totale, si trova ora a gestire una pausa che molti definiscono già un arretramento tattico.
Il costo della guerra: tra i 22,3 e i 31 miliardi di dollari in cinque settimane
Non si tratta, va detto, di una tregua a costo zero per le casse americane. Un’analisi del Financial Times, condotta sulla base dei dati forniti da Elaine McCusker – senior fellow presso l’American Enterprise Institute ed ex alto funzionario del bilancio del Pentagono – stima che la campagna contro l’Iran sia già costata agli Stati Uniti tra i 22,3 e i 31 miliardi di dollari. Una cifra che, rapportata alle sole cinque settimane trascorse dall’ordine di Trump di attaccare, equivale a centinaia di milioni di dollari al giorno; di questi, circa un decimo rappresenterebbe il valore delle attrezzature militari distrutte nei combattimenti. La McCusker, che ha avuto accesso a documenti non ancora divulgati ufficialmente, sottolinea come il ritmo di spesa superi di gran lunga le proiezioni iniziali del Dipartimento della Difesa.
La tv di Stato iraniana: “Umiliante ritirata di Trump”
A Teheran, naturalmente, la lettura degli eventi non potrebbe essere più opposta. La televisione di Stato iraniana ha immediatamente bollato l’accordo come una “umiliante ritirata di Trump”, mentre i vertici del regime parlano già di “vittoria”. Il cessate il fuoco, che entrerà formalmente in vigore solo con l’apertura dello Stretto di Hormuz, è stato accolto come una capitolazione de facto del presidente americano. “Siamo a un punto molto avanzato nella definizione di un accordo definitivo riguardante una pace a lungo termine con l’Iran”, ha scritto Trump su Truth, cercando di riprendere l’iniziativa narrativa. Ma la retorica trionfalista di Teheran trova fondamento in un documento, trapelato nelle stesse ore, che elenca i dieci punti del piano di pace iraniano – punti che, a quanto pare, hanno convinto la Casa Bianca a fermare i bombardamenti. Tra questi, l’impegno fondamentale degli Stati Uniti a non aggredire più l’Iran e il mantenimento, chiaro e netto, del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz.
Palazzo Chigi e i nuovi equilibri: “Gli iraniani non possono pagare le colpe del regime”
Nel mezzo di questa crisi, è intervenuto anche Palazzo Chigi con una frase che ha suscitato più di un’interpretazione: “Gli iraniani non possono pagare le colpe del regime”. Una dichiarazione che, pur senza citare esplicitamente né Washington né Teheran, sembra prendere le distanze da ogni ipotesi di guerra totale contro la popolazione civile iraniana. Intanto, gli analisti militari osservano con attenzione un fenomeno destinato a cambiare la natura stessa del conflitto: la proliferazione di droni low cost. Daniel Gros, in un recente intervento, ha parlato della necessità di “enti multinazionali per la difesa dell’Europa”, proprio alla luce di una guerra in cui le tecnologie accessibili stanno ridisegnando i rapporti di forza. E mentre Trump scriveva “bastardi, aprite Hormuz” – un’invettiva volgare che ha fatto il giro del mondo – l’Iran teneva chiuso il passaggio strategico, trasformando quella strettoia in un’arma di pressione geopolitica. La tregua di due settimane, adesso, è il banco di prova: o si arriva a una trattativa sostanziale, oppure la minaccia dell’ecatombe tornerà a essere, per usare le parole dello stesso presidente, “l’unica lingua che capiscono”.




