Bennato e quell’aneddoto su Maradona: “Doveva restituire quanto aveva avuto…”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Edoardo Bennato, lo si sa, non è mai stato un tipo da mezze misure. E quando parla, anche a distanza di anni, lo fa con quella miscela esplosiva di ironia tagliente e consapevolezza di sé che, bisogna ammetterlo, gli ha sempre conferito un’aura particolare nel panorama musicale italiano. Stavolta, a concedersi ai lettori del Corriere della Sera, il cantautore napoletano ha deciso di farlo partendo da un ricordo che – a modo suo – restituisce l’essenza di un mito come Diego Armando Maradona, mescolando poi la sua consueta, provocatoria autovalutazione. L’aneddoto, in apparenza semplice, si sviluppa tra le mura di un ristorante romano, dove i due uscivano spesso insieme. “A un certo punto – racconta Bennato – non lo vidi più”. Quel “non lo vidi più” è l’innesco di una scena quasi surreale, perché Maradona, invece di starsene al proprio tavolo, se n’era andato in giro tra gli altri commensali. Lo avevano trovato intento a distribuire banconote da cinquantamila lire a tutti i presenti, un gesto che per molti sarebbe apparso come una semplice, folle generosità.
Eppure, secondo la lettura che ne dà Bennato, c’era molto di più. L’argentino, spiega, si sentiva sempre in debito con il Padreterno, quasi che il talento smisurato e la vita straordinaria ricevuta andassero in qualche modo compensati. “Doveva restituire quello che aveva avuto”, sottolinea il cantautore, restituendo al gesto una profondità che sfugge alla cronaca mondana. Non era, quindi, una semplice esibizione di ricchezza né una trovata da ubriaco – sebbene la notte e l’alcool abbiano spesso avvolto Maradona – ma piuttosto un tic quasi religioso, un’ossessione morale che lo spingeva a saldare un conto metafisico. Un tratto, questo, che aiuta a capire il campione oltre i gol e le cadute: un uomo che viveva il successo come un prestito da restituire con gli interessi, magari in banconote sparse su tovaglie di ristoranti di lusso.
L’autogol più clamoroso della musica italiana
Ma Bennato, si sa, non si ferma ai ricordi. E l’intervista prende una piega ancora più gustosa quando l’argomento diventa lui stesso. “Io sono il più bravo di tutti in senso assoluto, ma è meglio non dirlo”. Una frase che, a sentire, scatena subito la voglia di protestare. E poi, ammette l’intervistatore, ci pensi due secondi e realizzi di non avere argomenti solidi per ribattere. Il bello – o il paradossale – è che Bennato lo dice al Corriere della Sera, quindi tecnicamente lo sta dicendo a tutti, annullando all’istante la seconda parte della frase. Un autogol clamoroso, insomma, nelle regole non scritte delle interviste musicali italiane. Perché se devi tenere per te la consapevolezza di essere il migliore, allora non la scrivi su un quotidiano nazionale. E invece lui l’ha fatta, con quel sorriso che da cinquant’anni lo rende irritante e irresistibile nella stessa misura.
I discepoli (Zucchero, Jovanotti) e il ritorno live
A seguire, elargisce giudizi come se distribuisse caramelle. “I più bravi dopo di me – precisa – sono Zucchero e Jovanotti”. Poi una menzione a Morgan (“pazzesco”) e a Clementino (“grandioso”). Nessun tentativo di costruire una classifica oggettiva, ma piuttosto un elenco dettato dal gusto personale, mescolato a quella sicurezza che solo chi ha davvero riempito gli stadi per primo in questo Paese può permettersi. E di stadi, Bennato se ne intende: fu tra i pionieri, il primo “punk” italiano capace di portare masse di ragazzi sotto il palco quando ancora il concerto rock era un fenomeno da capannone. Oggi torna con “Quando sarò grande”, un tour di sei concerti evento che parte da Venezia e arriva fino a Milano, passando per teatri e arene. Lo fa accompagnato dalla sua Be-Band e dal Quartetto Flegreo, un ensemble d’archi che promette di aggiungere spessore a canzoni che hanno fatto la storia. E già dall’inizio dell’intervista, il tono è quello consueto: disincantato, ironico, vagamente irriverente. “So che a San Siro ci andrà anche Irama – dice – non lo conosco, ma deve per forza essere bravo”. Un modo elegante per dire “non lo seguo”, ma senza la supponenza del boomer.
Quei soldi sparsi tra i tavoli e il senso di un debito infinito
Tornando a Maradona, e ai cinquantamila lire distribuiti come fossero volantini, viene da pensare che Bennato abbia colto un aspetto intimo del Pibe de Oro, quello che molti giornali e molte biografie faticano a raccontare. Non si trattava di elemosinare affetto, visto che l’affetto popolare lo aveva già sterminato. Né di una semplice bravata da notte brava. Era piuttosto una forma di ringraziamento laico e religioso insieme: il debito verso il Padreterno, appunto, saldato con banconote che per altri erano una piccola fortuna. E quel gesto, così irripetibile nella sua follia, dice forse più di mille interviste patinate sul campione. Bennato lo sa, e lo affida alle colonne del Corriere senza troppi giri di parole, lasciando che l’aneddoto viaggi da solo, come un pallone che nessuno riesce più a fermare.




