Il risveglio del capitalismo italiano: Prada riporta Versace in casa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non accadeva da decenni che un grande player a capitale italiano rilevasse interamente un altro marchio di pari prestigio, per quanto bisognoso di rilancio. Eppure, la famiglia Prada, tra le sei più influenti nel fashion mondiale, ha compiuto un passo che dimostra come il capitalismo nostrano, un tempo fulgido e oggi spesso sottovalutato, possa ancora competere ai massimi livelli. L’acquisizione di Versace, storico brand fondato da Gianni e cresciuto con Donatella, per 1,25 miliardi di euro, segna un punto di svolta: il gruppo guidato da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli si colloca ora accanto a colossi come Lvmh di Bernard Arnault e Kering della famiglia Pinault, mentre Hermès e Chanel – il primo quotato a Parigi, il secondo lontano dalle Borse – restano su un altro piano.

A sancire simbolicamente l’operazione, un post su Instagram di Donatella Versace, che con i suoi 12,4 milioni di follower ha scelto di affidare ai social il messaggio più semplice e diretto: una foto con Miuccia Prada, accompagnata dalle parole «Sono assolutamente felice che Versace entri a far parte della famiglia Prada». Un gesto che va oltre le strategie finanziarie, ricordando i legami personali e professionali tra due dinastie che hanno scritto la storia della moda. «Gianni e io abbiamo sempre avuto grande ammirazione per Miuccia, Patrizio e la loro famiglia», ha aggiunto la stilista, chiudendo così ogni spazio a ipotesi di tensioni.

Patrizio Bertelli, da parte sua, non nasconde l’ambizione di un progetto che va oltre il mero consolidamento di mercato. «Volevamo Versace, non un marchio solo per crescere. La moda è industria», ha dichiarato, sottolineando come l’acquisto risponda a una visione di lungo periodo. Del resto, l’imprenditore, che a 18 anni muoveva i primi passi in un’Italia segnata dalla conflittualità operaia e dal terrorismo delle Brigate Rosse, non sembra impressionato dalle turbolenze economiche odierne. «Quante volte è sembrato che le crisi fossero senza via d’uscita?», ha osservato, quasi a sfidare lo scetticismo di chi vede nel settore un comparto maturo.

L’effetto volano sull’indotto, intanto, comincia a farsi sentire. Beppe Angiolini, dal quartier generale della boutique-museo Sugar, parla di «un’operazione di successo», mentre Franca Binazzi, titolare dell’azienda Bilò a Levane, conferma il valore simbolico del ritorno di Versace in mani italiane. La sua azienda, specializzata in corsetteria e abbigliamento in jersey, lavora con il brand da vent’anni. «Ci hanno scelti per la qualità», racconta, evidenziando come la manifattura locale – con i suoi tremila pezzi l’anno – possa ancora competere nonostante il rallentamento del sistema moda.

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