La Consulta valuta il fine vita tra autodeterminazione e tutela dei malati
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Redazione Interno
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Nel dibattito sulla legittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice penale – che sanziona l’aiuto al suicidio – la Corte ha ribadito l’importanza di considerare la sentenza 135, con cui, nel 2019, aveva esteso la nozione di trattamenti di sostegno vitale. Durante l’udienza, è emerso come l’ordinanza del tribunale di Milano sui casi di Elena e Romano, che avevano scelto di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera con l’accompagnamento di Marco Cappato, precedesse di un mese la pronuncia della Consulta sul caso di Firenze.
I figli dei due malati, presenti in aula, hanno sottolineato che la decisione dei genitori non fosse dettata da un impulso momentaneo, ma da una scelta meditata negli anni. “Sapevamo che nostra madre non avrebbe mai accettato una fine priva di dignità”, hanno spiegato, aggiungendo come la loro storia rappresenti un tassello significativo nel complesso mosaico del dibattito giuridico ed etico.
La Corte, nel valutare la legittimità della norma, ha riconosciuto come portatori di interesse anche i pazienti contrari a un allargamento della disciplina sul suicidio assistito. Tra questi, Maria Letizia Russo, affetta da una patologia irreversibile, ha sostenuto che il dolore e il senso di peso verso i familiari possano influenzare la volontà, definendo l’articolo 580 una “cintura di protezione” necessaria.
Il caso, nato dall’autodenuncia di Cappato per disobbedienza civile, vede ora i giudici relatori Viganò e Antonini chiamati a bilanciare il principio di autodeterminazione con la tutela di chi, in condizioni di estrema fragilità, potrebbe vedere compromessa la propria capacità di scelta. Senza trascurare le implicazioni giuridiche sollevate dalle sentenze precedenti, il dibattito si concentra sulla necessità di garantire tutele eque, senza che queste si traducano in un ostacolo alla libertà individuale.




