Lorenzo Moscon e gli altri malati alla Consulta: 'No al suicidio assistito, lo Stato non decida per noi'

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte Costituzionale è chiamata a pronunciarsi nuovamente sul delicato tema del suicidio assistito, ma questa volta a chiedere di essere ascoltati sono quattro malati gravi che si oppongono a qualsiasi forma di legalizzazione del fine vita. Tra loro c’è Lorenzo Moscon, 31 anni, affetto da triplegia spastica dalla nascita, che ha presentato una memoria per essere ammesso in giudizio nel procedimento Cappato ter, incentrato sull’articolo 580 del Codice penale.

La norma, che punisce chi agevola il suicidio altrui, è al centro di un dibattito che si riaccende periodicamente, soprattutto quando a sollevare questioni di costituzionalità sono casi di malati terminali o con patologie irreversibili. Questa volta, però, la richiesta di intervenire non arriva da chi chiede di vedere riconosciuto il diritto a una morte assistita, bensì da chi teme che un eventuale via libera della Consulta possa trasformarsi in una pericolosa deriva.

Moscon, come gli altri tre pazienti ammessi all’udienza, sostiene che modificare l’articolo 580 significherebbe aprire la strada a un meccanismo in cui lo Stato, anziché garantire cure e sostegno, finirebbe per legittimare l’abbandono dei più fragili. "Ho paura che lo Stato mi uccida", ha dichiarato, sottolineando come la sua condizione, seppur gravissima, non gli abbia mai fatto perdere la volontà di vivere. Le sue parole risuonano come un monito contro quello che definisce un "rischio di coercizione indiretta", ovvero la possibilità che i malati, spinti da pressioni sociali o economiche, si sentano costretti a scegliere una morte prematura.

Il caso arriva alla Corte dopo anni di battaglie legali, tra sentenze contraddittorie e pronunciamenti parziali, ma ciò che lo rende peculiare è la presenza di voci contrarie al suicidio assistito espresse direttamente da chi, in teoria, potrebbe esserne il beneficiario. Gli avvocati che rappresentano i quattro malati hanno insistito sul concetto di "autodeterminazione nella vita", sostenendo che il diritto a essere curati e accompagnati nella sofferenza non debba cedere il passo a una logica che, seppur presentata come liberale, potrebbe rivelarsi discriminatoria.

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