L’opas di Poste su Tim e la strategia di Exor tra liquidità e attesa per Stellantis
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Redazione Economia
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L’attenzione sui mercati finanziari italiani resta catalizzata dall’evoluzione dell’opas lanciata da Poste Italiane su Tim, un’operazione che l’amministratore delegato del gruppo di telecomunicazioni ha voluto inquadrare con una certa nettezza: la valutazione dell’offerta, ha spiegato ai propri interlocutori, non sarà demandata a giudizi di parte o a valutazioni di carattere politico, bensì sarà esclusivamente una questione che il mercato sarà chiamato a determinare. Si tratta, in sostanza, di un passaggio che l’ad ha voluto sottolineare per rimarcare la natura industriale dell’iniziativa, quella stessa natura che il management di Poste – con Matteo Del Fante in prima linea – ha più volte richiamato nel descrivere un’operazione che, nelle loro intenzioni, mira a creare un polo integrato dei servizi digitali e della connettività.
Proprio mentre il dossier Tim-Poste occupa il centro della scena, un altro fronte di grande rilevanza per l’economia italiana si dipana intorno alle strategie di Exor. La holding guidata da John Elkann ha chiuso un 2025 complesso, pagando – come emerge dalle comunicazioni agli analisti – le difficoltà operative di alcune delle sue principali partecipate, con un accento particolare sul comparto automobilistico dove Stellantis e Ferrari hanno pesato in modo non indifferente sull’andamento complessivo. In questo scenario, le parole d’ordine per l’esercizio in corso sono state ribadite con chiarezza: liquidità e prudenza. Lo stesso Elkann ha rievocato un principio che torna a farsi sentire nei periodi di maggiore incertezza, quello per cui “cash is king”, un adagio che nella finanza contemporanea assume il valore di una linea guida piuttosto che di una semplice massima.
La cassa di Exor e le nuove acquisizioni in vista
La fotografia della situazione finanziaria della holding mostra un gruppo che, dopo una serie di cessioni mirate, si trova a disporre di una liquidità complessiva che sfiora i quattro miliardi di euro. Tra le operazioni già concluse o in fase di perfezionamento, spiccano le cessioni del gruppo Gedi – che edita, tra gli altri, *la Repubblica* – e del business della difesa di Iveco ceduto a Leonardo, mentre entro l’estate è prevista la dismissione dell’intero gruppo all’indiana Tata Motors. A queste si aggiungono altre operazioni minori, come la vendita delle partecipazioni in Lifenet e Nuo, che hanno contribuito a mettere insieme una montagna di denaro contante destinata a futuri impieghi. Elkann, nel corso della conference call sui risultati, ha precisato come l’obiettivo non sia quello di disperdere queste risorse in operazioni marginali: l’interesse, ha spiegato, è concentrato sulle grandi società, dove si ritiene ci sia maggiore capacità di creare valore, con una propensione non solo all’acquisizione ma anche alla gestione attiva delle aziende che dovessero entrare nel perimetro del gruppo.
In questo contesto, il modello di riferimento sembra essere quello dell’investimento in Philips, un’operazione di respiro internazionale che ha segnato una svolta nella strategia di Exor. La liquidità accumulata, che ammonta a quasi quattro miliardi, pone la holding in una posizione di forza relativa, ma l’approccio rimane improntato alla cautela. Non c’è, da quanto si evince, una fretta particolare di concludere una nuova acquisizione di grande rilevanza; le indicazioni che provengono dalla società suggeriscono piuttosto che un nuovo investimento di pari portata potrebbe concretizzarsi solo verso la fine dell’anno o addirittura all’inizio del 2027, in attesa che si manifestino le condizioni di mercato più favorevoli.
Stellantis, l’attesa per il piano industriale di maggio
Il 2026 rappresenta un banco di prova cruciale per il futuro di Stellantis, una realtà in cui Exor detiene una quota di maggioranza relativa e che costituisce uno degli asset più significativi del suo portafoglio. L’appuntamento fissato per il 21 maggio negli Stati Uniti, dove è in programma il Capital Markets Day, è atteso con grande interesse da parte degli investitori, consapevoli come sono che in quell’occasione verrà presentato il piano industriale che traccerà le linee guida per gli anni a venire. La consapevolezza dell’importanza di questo passaggio, come ha avuto modo di sottolineare lo stesso Elkann, è condivisa dall’intero vertice aziendale, che intende essere “molto chiara” su come intende migliorare la propria performance dopo un anno difficile.
Proprio in relazione al gruppo automobilistico, Elkann ha voluto rimarcare come il 2025 sia stato un anno complicato, ma anche come le difficoltà incontrate abbiano contribuito a rendere la struttura più resiliente. L’attenzione, ora, è concentrata sulla qualità piuttosto che sulla crescita a tutti i costi, un cambio di passo che era già stato anticipato nei mesi scorsi. D’altronde, la riduzione del numero di società nel perimetro di Exor – con la conseguente focalizzazione su quelle di maggiori dimensioni – risponde proprio all’esigenza di concentrare le energie e le risorse dove si ritiene che il potenziale di sviluppo sia più elevato e sostenibile nel lungo termine.
La logica industriale dietro l’opas di Poste su Tim
Tornando all’operazione che coinvolge Poste e Tim, i dettagli emersi nelle presentazioni agli analisti hanno contribuito a delineare i contorni di un’iniziativa che, al di là delle valutazioni contingenti, ha ambizioni di lungo periodo. L’amministratore delegato di Poste, Matteo Del Fante, ha parlato di una “pietra miliare” nella strategia del gruppo postale come piattaforma abilitante la trasformazione digitale del Paese, sottolineando come l’operazione sia stata studiata per cinque anni e come solo dopo il deleverage di Tim – reso possibile dalla cessione della rete – si siano create le condizioni per procedere. Nessuna spinta dal governo, ha voluto precisare Del Fante, definendo l’iniziativa esclusivamente industriale e smentendo qualsiasi ipotesi di rilancio sul prezzo dell’offerta, fissata a 0,635 euro per azione.
Le sinergie previste, pari a 700 milioni annui a regime, saranno distribuite tra tagli di costi e incrementi di ricavi, con una tempistica che vedrà i primi effetti concretizzarsi già nel corso del 2027. Il nuovo gruppo integrato, che manterrà il marchio Tim come realtà autonoma e stand alone – con il brand iconico che verrà protetto – avrà una capitalizzazione pro-forma di circa 35 miliardi di euro, destinata a salire verso i 40 miliardi includendo l’effetto delle sinergie. Nel dettaglio, la governance post-operazione vedrà Cassa Depositi e Prestiti attestarsi come primo azionista con il 27,2%, seguito dal Ministero dell’Economia con il 22,8%, mentre il flottante manterrà una quota significativa, garantendo una certa apertura al mercato. Per quanto riguarda Tim Brasil, definita “un gioiello” da Del Fante, è stata confermata la volontà di mantenerla all’interno della compagine, riconoscendone il valore strategico come generatrice di cassa in un mercato consolidato.




