La geopolitica in frantumi: il direttore Caracciolo e la difesa di Limes dopo l'addio degli storici collaboratori
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Redazione Esteri
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“Limes non fa politica, studia i conflitti. E per farlo devi sentire tutte le voci”. Con queste parole, pronunciate nel salotto di Otto e mezzo su La7, il direttore Lucio Caracciolo ha replicato alle critiche e cercato di arginare le polemiche seguite alle clamorose dimissioni di quattro collaboratori storici dalla rivista di geopolitica da lui fondata e diretta, un caso che ha squarciato il velo su un dibattito, quello relativo alla guerra in Ucraina, capace di generare fratture profonde anche in ambienti solitamente votati all’analisi distaccata. La posizione editoriale assunta da Limes negli ultimi mesi, giudicata da alcuni osservatori troppo accomodante o, per usare un’etichetta semplificatoria, “filorussa”, ha infatti prodotto una reazione interna culminata in una secessione formale. Federigo Argentieri, Franz Gustincich e Giorgio Arfaras hanno reso nota la loro uscita già nel novembre scorso, inviando un telegramma; a loro si è unito, il 15 dicembre, Vincenzo Camporini, generale in pensione ed ex capo di Stato maggiore della Difesa, figura di assoluto rilievo nel panorama della sicurezza nazionale.
Il dissenso editoriale e la logica delle mappeOltre il caso: il disastro informativo di un quadriennio
La disputa interna a Limes, per quanto significativa, si inserisce in un contesto più ampio e desolante, che trascende le dinamiche accademiche o redazionali di una singola pubblicazione. Quello che è accaduto attorno alla rivista rappresenta, in piccolo, il sintomo di una crisi informativa più vasta che ha caratterizzato gli ultimi quattro anni, un periodo segnato da un approccio spesso binario e moralistico al dibattito pubblico. La polarizzazione, che ha toccato inevitabilmente anche il tema della guerra in Europa, ha reso difficile qualsiasi approfondimento che sfuggisse alle categorie rigide del bene e del male, schiacciando l’analisi geopolitica su posizioni preconcette e lasciando poco spazio alla complessità, alla storia e agli interessi nazionali in gioco, che pure restano elementi cruciali per comprendere le dinamiche dei conflitti. In questo clima, la stessa richiesta di “ascoltare tutte le voci”, avanzata da Caracciolo, è stata tacciata da alcuni di cedimento o di ambiguità, dimostrando quanto il terreno del confronto si fosse inaridito.
Una questione di metodo nello studio dei conflitti
Al di là delle singole posizioni, la querelle pone dunque una questione di fondo sul ruolo e sul metodo dell’analisi geopolitica in tempi di guerra calda. Se da un lato è indubbio che lo studioso di conflitti debba esaminare le ragioni e le narrazioni di tutti gli attori in campo, per quanto ostiche possano risultare, dall’altro è altrettanto chiaro che questa operazione non può tradursi in un appiattimento acritico sulle diverse propagande, né in una rappresentazione che, attraverso scelte lessicali o grafiche, possa essere percepita come una legittimazione di atti di forza. La sfida, che Limes sembra ora affrontare in una fase di profonda transizione interna, è proprio quella di conciliare il rigore della ricerca, che impone di guardare a ogni scenario da molteplici prospettive, con la chiarezza espositiva e la coerenza di una linea editoriale che non deve, per sua stessa missione, confondersi con l’apologia. Un equilibrio delicato, la cui ricerca ha un costo, come dimostrano le defezioni di chi, per lungo tempo, ha contribuito a costruire l’autorità della rivista.




