Milano, 25 aprile sotto tensione: la Brigata ebraica contestata e scortata via tra insulti antisemiti
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Redazione Interno
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Il corteo che ieri ha attraversato Milano per celebrare l’81esimo anniversario della Liberazione si è trasformato in un teatro di conflitti aperti, rivelando crepe insanabili nella memoria condivisa della Resistenza. Se la testa della manifestazione procedeva senzaintoppi verso piazza Duomo, la coda del serpentone è rimasta paralizzata per ore a causa di un blocco organizzato. A finire nel mirino dei contestatori – prevalentemente attivisti pro Palestina e militanti dei Carc – è stato lo spezzone della Brigata ebraica, un gruppo storico che rievoca il contributo dei volontari ebrei nella lotta al nazifascismo. La situazione è rapidamente degenerata quando centinaia di persone hanno accerchiato i partecipanti, impedendo loro materialmente di proseguire all’angolo tra corso Venezia e via San Donato, costringendo le forze dell’ordine a intervenire in tenuta antisommossa per mettere in salvo gli isolati.
«Siete solo saponette mancate», la frase choc che agghiaccia la piazza
Tra il vociare confuso e i cori ritmati di “Palestina libera”, è emersa una frase talmente grave da segnare l’intera giornata. A denunciarla pubblicamente è stato Emanuele Fiano, ex deputato del Pd presente nello spezzone, il quale ha riferito che uno dei contestatori si è rivolto al gruppo con un’espressione agghiacciante: «Siete solo saponette mancate». Un riferimento esplicito – seppur nel suo cinismo – alla tragica retorica dei campi di sterminio, lì dove la memoria della Shoah veniva calpestata proprio nel giorno dedicato alla caduta del regime che quelle atrocità pianificò. Fiano, visibilmente scosso, ha parlato di un episodio senza precedenti nel lungo elenco delle manifestazioni milanesi, sottolineando come i partecipanti siano stati letteralmente “cacciati” dalla via. Insieme a lui si trovava anche Luciano Belli Paci, figlio della senatrice a vita Liliana Segre, protetto da un fitto cordone di agenti mentre attorno risuonavano insulti e accuse di essere “assassini” complici dei bombardamenti su Gaza.
Nahum (Azione): «Siamo tornati agli anni ’30, quando gli ebrei non potevano manifestare»
La reazione politica non si è fatta attendere, raccogliendo l’eco di una ferita che sembra riaprissima. Daniele Nahum, consigliere di Azione a Palazzo Marino, ha utilizzato parole pesanti per descrivere l’atmosfera percepita ieri in città. «Siamo tornati agli anni del ventennio fascista – ha dichiarato –, siamo tornati negli anni ’30, dove gli ebrei non possono manifestare e in cui vengono cacciati dalla piazza». Nahum ha rivolto un attacco diretto a chi ha organizzato il blocco, definendoli «i degni eredi dei fascisti», e ha confessato di non aver mai assistito a una manifestazione di odio antiebraico così violenta nel contesto milanese. Le sue dichiarazioni, rilasciate a caldo, fotografano il senso di straniamento provato da molti osservatori: per la prima volta, la Festa della Liberazione diventa il palcoscenico di una delegittimazione identitaria che mette fuori legge (simbolicamente) un gruppo in base alla sua origine nazionale o religiosa.
Le scelte operative della polizia e lo stallo del corteo ufficiale
Dal punto di vista dell’ordine pubblico, l’intervento delle forze dell’ordine è stato determinante per evitare contatti fisici diretti. Quando il gruppo degli attivisti ha sbarrato la strada fischiando e sbraitando “Fuori i sionisti dal corteo”, gli agenti hanno creato un corridoio di sicurezza per estrarre la Brigata ebraica dall’accerchiamento. Una volta messi al riparo, lo spezzone è stato scortato lontano dal percorso principale, lasciando di fatto il corteo ufficiale senza una sua componente storica fondamentale. Questa scelta operativa – sebbene dettata da esigenze di sicurezza – ha sollevato perplessità tra i diretti interessati, i quali hanno lamentato di essere stati allontanati anziché difesi nel loro diritto a sfilare. «Impedire a qualcuno di partecipare è una cosa folle», ha commentato Fiano, mentre il resto della manifestazione rimaneva bloccato a monte, trasformando la celebrazione in un lungo rantolo di tensione. La presenza di bandiere iraniane e ucraine all’interno dello stesso spezzone dimostrava la volontà di creare un fronte ampio contro le dittature, un messaggio che è stato soffocato prima ancora di poter risuonare.




