Paragon, Meloni chiamata in Parlamento: il caso spyware che divide la politica

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda dello spyware di Paragon, il software israeliano utilizzato per intercettare illegalmente i telefoni di giornalisti e attivisti italiani, continua a far discutere, alimentando un acceso scontro politico. Le opposizioni, in particolare, chiedono con insistenza che la premier Giorgia Meloni si presenti in Parlamento per rispondere delle accuse, rifiutandosi di accontentarsi dell’audizione al Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. “Non può cavarsela con un semplice passaggio in commissione”, è il refrain che risuona tra le fila di dem, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, decisi a trasformare l’aula in un banco di prova per l’esecutivo.

Il caso Paragon, che si inserisce in un contesto già teso per i servizi segreti italiani – tra il caso Almasri e le indagini su Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Meloni – rappresenta un’ulteriore tegola per un sistema di intelligence spesso al centro di polemiche. “Che ci siano paginate quotidiane in cui agenti segreti attaccano altri agenti segreti, invece di difendere l’interesse nazionale, questo sì è preoccupante”, ha dichiarato ieri il vicepremier Matteo Salvini, lasciando trapelare un malcontento che sembra andare oltre le mere divisioni politiche.

Intanto, Palazzo Chigi, insieme ai vertici dell’intelligence, sta valutando nuovi posizionamenti, mentre la sinistra accusa il governo di aver orchestrato una “sceneggiata” per coprire responsabilità ben più gravi. Nonostante la nota ufficiale del governo, che cita la legge 124 del 2007 e nega qualsiasi coinvolgimento dell’esecutivo nelle operazioni di spionaggio, le opposizioni non demordono. “Chi è il mandante?”, chiedono a gran voce, sollevando dubbi che vanno oltre le mere indiscrezioni.

Il software Graphite, fornito da Paragon Solutions, sarebbe stato utilizzato in violazione non solo della normativa italiana, ma anche delle clausole contrattuali, tanto da spingere l’azienda israeliana a rescindere i contratti con i clienti italiani, identificati come un’agenzia di polizia e un’organizzazione di intelligence. Questo dettaglio, unito alla decisione di Paragon di interrompere i rapporti con l’Italia, ha alimentato ulteriori interrogativi.

Le domande, sollevate anche da testate come Fanpage, rimbalzano ora in Parlamento: l’Italia era davvero cliente di Paragon? Il governo può smentire di aver acquistato o utilizzato spyware per spiare giornalisti e attivisti? Perché Paragon avrebbe chiuso i contratti con l’Italia? E, soprattutto, quali misure intende adottare l’esecutivo per proteggere i cittadini da operazioni di spionaggio illegale?

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.