Il nuovo leader dell’Iran chiude Hormuz, Trump: “Fermare l’impero del male più importante del petrolio”
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Redazione Esteri
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La tensione nello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, si è trasformata in una crisi aperta e dalle implicazioni globali, con il nuovo leader dell’Iran, Mojtaba Khamenei, che nel suo primo discorso ufficiale ha alzato il tiro contro gli Stati Uniti e i loro alleati, minacciando di bloccare la via d’acqua e di aprire nuovi fronti di guerra. Dall’altra parte, il presidente americano Donald Trump, forte del ruolo di primo produttore energetico mondiale ricoperto dagli Stati Uniti, ha risposto ridefinendo le priorità del conflitto: al di là delle fluttuazioni del mercato petrolifero, da cui l’America trae comunque un vantaggio economico, l’obiettivo primario rimane la distruzione di quello che ha definito “l’impero del male” iraniano e la prevenzione del suo accesso all’arma nucleare.
In un messaggio pubblicato sulla sua piattaforma Truth, Trump ha minimizzato l’impatto dell’aumento dei prezzi del greggio, sottolineando come gli Stati Uniti, essendo il maggior produttore, traggano profitto da questa situazione, ma ha voluto chiarire che il suo interesse principale, in qualità di comandante in capo, è di natura strategica e non meramente economica: impedire a Teheran di dotarsi di ordigni atomici, scongiurando il pericolo di una destabilizzazione dell’intero Medio Oriente e, per estensione, del mondo. Questa dichiarazione arriva in un contesto infuocato, segnato dagli attacchi missilistici e con droni lanciati dall’Iran contro obiettivi israeliani e statunitensi nella regione, e mentre l’esercito israeliano ha rivendicato di aver colpito un impianto nucleare iraniano utilizzato, secondo le sue ricostruzioni, per lo sviluppo di capacità critiche nel programma di armamento.
La dottrina Khamenei tra vendetta e chiusura di Hormuz
Il nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali Khamenei dopo la sua scomparsa, ha rotto il silenzio con una dichiarazione scritta, letta da una giornalista della televisione di Stato, che non lascia spazio a interpretazioni distensive. Nel suo messaggio, ha chiesto unità nazionale e ha ringraziato le forze armate, ma il nucleo politico del suo intervento è stato un chiaro avvertimento ai Paesi del Golfo che ospitano basi militari statunitensi: ha intima la chiusura immediata di quelle installazioni, avvertendo che continueranno a essere considerate obiettivi legittimi finché resteranno operative. La sua visione strategica si fonda sulla conferma del blocco dello Stretto di Hormuz, una leva economica potentissima nelle mani di Teheran, ma anche sull’annuncio dell’attivazione di nuovi fronti di conflitto, studiati per colpire il nemico in aree dove risulterebbe più vulnerabile, una minaccia che allude a una possibile estensione della guerra al di fuori dei confini iraniani e iracheni.
Khamenei ha anche promesso una vendetta sistematica per ogni martire, menzionando in modo particolare la strage di una scuola elementare femminile, e ha assicurato che il governo risarcirà i danni subiti dai cittadini, cercando di compensare le perdite attingendo direttamente ai beni del nemico o, in alternativa, distruggendo sue infrastrutture di pari valore. Il suo debutto pubblico, avvenuto in forma indiretta probabilmente per ragioni di sicurezza, data la caccia aperta dichiarata da Israele contro i vertici iraniani, delinea quindi una linea di continuità con la fermezza del padre, ma con un’enfasi ancora più marcata sulla chiusura regionale e sulla militarizzazione della crisi energetica.
La disputa sulle mine e il transito selettivo delle navi
Proprio sullo Stretto di Hormuz, però, le versioni tra Washington e Teheran divergono radicalmente, alimentando una guerra parallela di comunicazione. Il presidente Trump aveva dichiarato che le forze statunitensi avrebbero neutralizzato ventotto navi posamine iraniane, impedendo di fatto la chiusura mineraria della via d’acqua. A questa affermazione ha fatto eco anche la United Kingdom Maritime Trade Operations, che ha smentito l’esistenza di prove confermate sulla detonazione di mine nello Stretto. La replica di Teheran non si è fatta attendere ed è arrivata per bocca del viceministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi, il quale ha categoricamente negato che l’Iran abbia posato mine, sostenendo al contrario che lo Stretto è semplicemente chiuso al transito a causa del conflitto in corso.
In un’intervista rilasciata all’AFP, Takht-Ravanchi ha aggiunto un tassello importante, affermando che ad alcune nazioni, che hanno avviato contatti con Teheran, è stato comunque concesso il passaggio per le loro navi, specificando che si tratta di Paesi che non hanno preso parte all’aggressione contro l’Iran. Una posizione, questa, che sembra aprire a canali diplomatici selettivi, in cui la sicurezza energetica di alcuni Stati viene garantita in cambio di una neutralità politica, mentre i nemici, inclusi gli Stati Uniti e i loro alleati più stretti, rimarrebbero esclusi da qualsiasi transito. La posta in gioco, del resto, è altissima: il blocco di fatto di Hormuz sta già intrappolando milioni di barili di greggio e costringendo le nazioni importatrici a rivedere le loro catene di approvvigionamento, mentre i prezzi del petrolio continuano a salire, superando nuovamente la soglia psicologica dei cento dollari al barile e alimentando l’incertezza sui mercati globali.
Le parole del presidente Trump, che minimizza l’impatto economico e rilancia la sfida sull’asse della non proliferazione nucleare, unite alla dottrina della vendetta e della chiusura proclamata dal nuovo leader iraniano, disegnano lo scenario di uno scontro ormai totale, in cui lo Stretto di Hormuz è diventato il principale teatro di una guerra che intreccia strategie militari, ricatti energetici e ridefinizione degli equilibri di potere in Medio Oriente.




