Referendum sulla giustizia, il voto ai fuori sede rimane un'illusione
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Redazione Interno
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Con la data del referendum costituzionale sulla giustizia, fissata per la fine di marzo, che si avvicina inesorabilmente, il problema dell’esercizio del diritto di voto per milioni di cittadini torna a galla, puntuale come un ritornello che nessuno, al di là delle dichiarazioni di intenti, sembra voler davvero risolvere. Se per gli italiani residenti all’estero, infatti, è prevista la possibilità di votare per corrispondenza o di optare, con un’apposita dichiarazione presentata prima di ogni consultazione, per esprimersi nel territorio nazionale, la situazione per i cosiddetti fuori sede – studenti, lavoratori, persone costrette a vivere lontano dal comune di residenza anagrafica – resta profondamente sbilanciata, creando di fatto una disparità di trattamento che pesa come un macigno sulla già fragile partecipazione democratica.
Un emendamento per sanare la lacuna
Proprio per cercare di colmare questa lacuna, che si è presentata in tutta la sua evidenza durante le europee del 2024 e i referendum del 2025, il gruppo parlamentare di Più Europa ha depositato un emendamento al decreto legge che disciplina le modalità di svolgimento della prossima consultazione. L’iniziativa legislativa, che mira a estendere la possibilità di voto in sezioni diverse da quelle di residenza anche per i referendum, rappresenta l’unico tentativo concreto di intervenire su una norma che, di fatto, obbliga gli interessati a sostenere costi e disagi spesso insormontabili per raggiungere il proprio seggio, un ostacolo che molti – dati alla mano – finiscono per considerare proibitivo.
Le accuse delle opposizioni e delle associazioni
Dal Movimento 5 Stelle, attraverso le parole del suo portavoce, è arrivata un’accusa diretta al governo guidato da Giorgia Meloni, accusato di “tradire” milioni di elettori e di disinteressarsi apertamente a strumenti che potrebbero contrastare l’astensionismo, fenomeno che ha toccato picchi preoccupanti anche nelle recenti elezioni amministrative. La critica, peraltro, non giunge solo dal mondo politico: organizzazioni come The Good Lobby, la Rete Voto Fuorisede e Will Media denunciano da tempo l’assenza di una volontà politica di facilitare l’esercizio di un diritto fondamentale, lasciando senza rappresentanza un bacino potenziale di quasi cinque milioni di persone, le cui vite – è bene ricordarlo – si svolgono spesso a centinaia di chilometri di distanza dal luogo dove sono chiamate a votare.
Un iter legislativo fermo da anni
La questione di fondo, al di là delle strumentalizzazioni politiche che pure non mancano, risiede nell’immobilismo parlamentare che da anni blocca qualsiasi riforma organica in materia. L’emendamento presentato, seppur lodevole nella sua finalità, rischia di arenarsi nel più ampio stallo che caratterizza l’iter della legge sul voto fuori sede, un provvedimento di cui si discute da legislature, annaspando tra commissioni e rinvii senza mai approdare a un testo definitivo. Si crea così un paradosso stridente, dove da un lato si invocano maggiore partecipazione e cittadinanza attiva e dall’altro si mantengono in vita barriere burocratiche e logistiche che di fatto la scoraggiano, in un circolo vizioso che mina alle fondamenta la credibilità delle istituzioni.




