Zelensky propone una tregua energetica a Mosca mentre esplode il caso del gasdotto in Serbia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La strategia della reciprocità applicata al teatro bellico ucraino si arricchisce di un nuovo, delicato capitolo. Il presidente Volodymyr Zelensky, nel suo discorso serale, ha formalizzato una proposta chiara al Cremlino: interrompere reciprocamente gli attacchi contro le rispettive infrastrutture energetiche, un’offerta che arriva a valle di una mediazione condotta dagli Stati Uniti. “Se la Russia è disposta a smettere di colpire il nostro settore energetico, noi saremo disposti a fare lo stesso”, ha dichiarato il leader ucraino, cercando di trasformare quella che è stata una tattica militare (gli attacchi ai depositi di carburante e alle raffinerie nemiche) in una possibile leva negoziale.

Sul terreno, tuttavia, la logica della controffensiva su questo fronte specifico non accenna a fermarsi, anzi. Fonti ucraine riportano un’azione condotta con droni contro una stazione di trasbordo marittimo di petrolio a Novorossiysk, uno dei snodi cruciali sulla costa russa del Mar Nero attraverso cui fluiscono i prodotti petroliferi destinati, tra gli altri mercati, anche a quello europeo. L’obiettivo dichiarato di queste operazioni, come si evince dalle mosse di Kiev, è quello di creare difficoltà logistiche al nemico, colpendo la sua capacità di approvvigionamento e, di conseguenza, il flusso di risorse verso le linee del fronte.

Mentre si discute di una possibile tregua mirata, la guerra delle infrastrutture continua a mietere vittime e a gettare ombre lunghe anche fuori dai confini dei due Paesi. Un nuovo e violento raid russo ha colpito la città portuale di Odessa, nel sud dell’Ucraina. L’amministrazione militare locale ha confermato l’accaduto con parole che non lasciano spazio a interpretazioni, parlando di conseguenze “tragiche”: tre persone hanno perso la vita durante l’attacco notturno, e tra queste, in un agghiacciante dettaglio che restituisce la crudeltà del conflitto, figura anche un bambino. I danni alle infrastrutture civili si accompagnano, in altre regioni del Paese, a blackout energetici che complicano ulteriormente la vita dei residenti.

Il giallo del gasdotto TurkStream e l’esplosivo “made in Usa”

A complicare il quadro, spostando l’attenzione sui Balcani, arriva la vicenda del presunto sabotaggio al gasdotto TurkStream in territorio serbo. Le autorità di Belgrado hanno reso noto il ritrovamento di zaini contenenti esplosivo nei pressi di Kanjiža, in Vojvodina, a ridosso del confine con l’Ungheria. L’episodio, che poteva compromettere il flusso di gas verso l’Europa centrale, ha innescato un acceso braccio di ferro diplomatico tra Budapest e Kiev, con il premier ungherese Viktor Orbán che ha subito additato un presunto coinvolgimento ucraino.

Tuttavia, le indagini condotte dai servizi serbi, e in particolare le dichiarazioni del capo dell’intelligence militare (VBA) Đuro Jovanić, hanno preso una direzione inaspettata, smentendo le accuse provenienti da Budapest. L’esplosivo sequestrato, secondo quanto riferito, non solo non ha alcun “lascito ucraino” certo, ma porta su di sé marcature che ne indicherebbero la fabbricazione negli Stati Uniti. Una circostanza, quest’ultima, che getta ombre pesanti sulla ricostruzione iniziale: il solo dato sulla provenienza del materiale bellico, hanno spiegato gli investigatori, non è sufficiente per risalire agli esecutori materiali o ai mandanti, ma di fatto sposta l’asse del sospetto lontano da Kiev, almeno per quanto riguarda la matrice logistica dell’operazione. L’Ucraina, da parte sua, ha prontamente respinto le accuse, bollandole come un tentativo di disinformazione.

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