Vino italiano in crisi: 53 milioni di ettolitri fermi in cantina, aziende costrette a declassare le denominazioni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Le cantine italiane non riescono più a smaltire il prodotto invenduto e il fenomeno dell'invenduto sta assumendo ormai i contorni di un'emergenza strutturale: a maggio 2026 le giacenze di vino e mosti hanno superato i 53 milioni di ettolitri, segnando un incremento del 7,3% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente e toccando il livello più elevato dal 2022.
Un volume impressionante, che equivale all'intera produzione di una vendemmia ancora immobilizzata nei serbatoi e che, secondo l'Osservatorio Uiv (Unione italiana vini), fotografa uno squilibrio sempre più preoccupante tra l'offerta e una domanda interna ed estera in costante contrazione.
Il declassamento come strategia per smaltire le eccedenze
Per fronteggiare l'accumulo di prodotto e cercare di alleggerire gli stock, molte aziende stanno ricorrendo a una pratica che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa impensabile: il declassamento dei vini, ossia la riclassificazione in categorie inferiori – da Docg a Doc, da Doc a Igt o addirittura a vino comune – per renderli più facilmente collocabili su mercati meno esigenti o a prezzi più competitivi.
La strategia, per quanto dolorosa sul piano dell'immagine e del valore percepito, appare agli occhi degli operatori come una valvola di sfogo necessaria in un contesto in cui le giacenze hanno raggiunto dimensioni paragonabili a un'intera annata; e i numeri, d'altra parte, non lasciano spazio a fraintendimenti: oltre 53 milioni di ettolitri giacciono fermi, un dato che supera persino le previsioni più pessimistiche di recenti inchieste condotte da Cantina Italia.
Consumi mondiali in caduta libera: il crollo del 16% in sei anni
Il quadro macroeconomico internazionale non offre alcun sostegno a un comparto già messo a dura prova. Dall'analisi dell'Osservatorio del Vino di Unione Italiana Vini, presentata a Verona nel corso di un incontro dedicato alle prospettive del settore, emerge che tra il 2019 e il 2025 i consumi mondiali di vino sono diminuiti di circa il 16%, attestandosi a 2,2 miliardi di casse da nove litri, un dato che conferma un trend discendente ormai consolidato e che preoccupa gli operatori.
Il rallentamento, che coinvolge sia i mercati tradizionali come Stati Uniti ed Europa sia alcune piazze emergenti, si somma all'eccesso di produzione italiana, alimentando un circolo vizioso per cui l'iperproduzione finisce per comprimere i prezzi e deprezzare l'intera filiera, dalle cantine storiche ai piccoli produttori.
L'appello di Frescobaldi: "Scelte coraggiose per tagliare la produzione"
In questo clima di incertezza, le voci più autorevoli del settore iniziano a invocare interventi drastici. Nel corso dell'incontro veronese, il rappresentante di Uiv ha lanciato un messaggio senza mezzi termini: "Meglio una decisione sbagliata che nessuna decisione", ha dichiarato, sottolineando come anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non sia più sostenibile nelle attuali condizioni di mercato.
È il momento, secondo il dirigente, di assumersi la responsabilità di scelte coraggiose, anche impopolari, perché l'immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio; l'iperproduzione, ha aggiunto, sta impattando in modo significativo su valore e redditività lungo tutta la filiera, mettendo a rischio la sopravvivenza di molte aziende e costringendone altre a operare in perdita pur di smaltire il prodotto giacente.
Lo scenario che si prospetta per i prossimi mesi è pertanto caratterizzato da tensioni crescenti: da un lato la necessità di ridurre i volumi produttivi per riallineare l'offerta a una domanda in flessione, dall'altro l'urgenza di trovare canali commerciali alternativi che consentano di assorbire le eccedenze senza deprezzare ulteriormente le denominazioni più prestigiose.
Mentre le aziende ricorrono al declassamento come misura tampone, il dibattito si sposta sulle misure strutturali da adottare per evitare che il prossimo anno si ripeta la stessa situazione; e l'appello a scelte decise, per quanto impopolari, risuona come un monito rivolto all'intero comparto, chiamato a confrontarsi con una realtà che non ammette più rinvii.




