Frana a Niscemi, una collina che scivola via e una politica che arranca
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Redazione Interno
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Una ferita lunga quattro chilometri, che continua ad allargarsi, squarcia il fianco di una collina in provincia di Caltanissetta minacciando direttamente le abitazioni che, forse imprudentemente, ne sorgono ai margini. A Niscemi, dove una zona rossa di centocinquanta metri ha imposto l’evacuazione di oltre milleseicento persone, la terra non smette di muoversi, costringendo le autorità a dichiarare l’area off limits persino per i soccorritori, in attesa che si concluda il deflusso delle acque che ne destabilizza ulteriormente i pendii. Il governatore Renato Schifani, dopo un sopralluogo, ha garantito che agli sfollati sarà data una casa, annunciando un contributo immediato per l’affitto e lo spostamento dei servizi sanitari d’emergenza a Caltagirone, mentre il sindaco Massimiliano Conti ha spiegato, senza mezzi termini, come ormai si debba definire un piano per la delocalizzazione definitiva di chi in quelle case ci viveva, avviando nel contempo un censimento delle persone da sostenere.
Una storia che si ripete, tra allerta e oblio
Quella che sta accadendo, in realtà, non è un’anomalia improvvisa bensì l’ultimo, drammatico capitolo di una storia geologica nota da secoli. Già nel Settecento, infatti, si registravano i primi movimenti del versante, e un episodio significativo si verificò nel 1997, quando parti dell’abitato subirono danni per il distacco di porzioni di territorio. La decisione di edificare in quell’area, nonostante la pericolosità idrogeologica acclarata, oggi appare come un errore le cui conseguenze ricadono su una intera collettività, trasformando la normale pioggia in un pericolo imminente e costante. Un dato, questo, che stride platealmente con le recenti dichiarazioni di impegno nella lotta al dissesto, tanto da apparire quasi una beffa per chi si trova ora senza un tetto.
Il ciclone Harry e la tempesta politica
Mentre il ciclone Harry si abbatteva su Sicilia, Calabria e Sardegna, scatenando l’ondata di maltempo all’origine dell’attuale emergenza, un’altra tempesta, di natura squisitamente politica, prendeva forma. A poche ore dai primi soccorsi, alcuni partiti di opposizione hanno infatti impugnato la tragedia come pretesto per rilanciare la battaglia contro il Ponte sullo Stretto di Messina, un’opera da sempre al centro di feroci polemiche. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, è atterrata sulla questione con toni duri, suggerendo di dirottare quelle ingenti risorse finanziarie verso interventi sul territorio, in una polemica che rischia di soffocare la concretezza delle azioni necessarie. La tragedia ambientale, così, viene trasformata in una clava politica, spostando l’attenzione dalle urgenti misure di protezione civile alla consueta arena dello scontro ideologico.
La governance tra promesse e realtà dei fatti
Appare sempre più chiaro, osservando la sequenza degli eventi, come il nodo cruciale non risieda solamente nella forza della natura, ma in una cronica incapacità di prevenzione e programmazione. Le parole spese per descrivere ambiziosi piani da due miliardi di euro, o per candidare la Sicilia a modello di governance ambientale, restano sospese nel vuoto di fronte alla concretezza di una collina che frana e di famiglie in fuga. La gestione del territorio, nella sua complessità, richiede una visione di lungo periodo e un’applicazione ferrea delle norme, elementi che sembrano venir meno nel confronto con emergenze cicliche che, purtroppo, di improvviso hanno ben poco, essendo spesso annunciate da decenni di studi e, talvolta, da eventi premonitori come quello di ventisette anni fa.




