La zia in rsa e il conto prosciugato: a Bergamo sequestro da un milione per la nipote che incassò la polizza vita
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Redazione Interno
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La lunga agonia di Giovanna Cortesi, ottantadue anni, residente a Sforzatica di Dalmine e invalida al cento per cento, si è consumata nel silenzio di una stanza della residenza sanitaria assistenziale dove era stata ricoverata; un silenzio, quello che avvolgeva le sue giornate, che contrasta con il frenetico movimento di denaro uscito dai suoi conti. La donna, morta il ventidue luglio del 2022, aveva affidato – o forse era stata affidata – al fratello e alla nipote la gestione della propria esistenza e del proprio patrimonio a partire dal 2007, un atto di fiducia che le indagini della Guardia di finanza del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Bergamo, coordinate dalla Procura, hanno ora trasformato in un fascicolo giudiziario pesante un milione e centosettemila euro, settecentoquarantasette euro e ottantatré centesimi.
Questa, la cifra che i militari hanno posto sotto sequestro preventivo nei confronti della nipote, L.C., cinquantaquattro anni, indagata per circonvenzione di persona incapace e autoriciclaggio; un provvedimento che ha aggredito denaro contante, titoli e immobili, nella convinzione – suffragata dagli accertamenti bancari – che l’intera somma rappresenti il frutto di uno stillicidio finanziario durato un quindicennio. Non si è trattato, come talvolta accade in queste vicende, di un episodio isolato o di un approfittamento dell’ultima ora: il flusso anomalo, che ha di fatto prosciugato l’intero patrimonio dell’anziana, era iniziato molto prima del ricovero e, cosa che gli inquirenti hanno valutato con particolare attenzione, è proseguito senza soluzione di continuità anche dopo che la zia era stata collocata in struttura.
La polizza firmata in rsa e il ruolo degli eredi
Mentre Giovanna Cortesi, grazie alle cure appropriate e continuative ricevute in struttura, vedeva paradossalmente migliorare le proprie condizioni di vita rispetto al periodo in cui era assistita dal nucleo familiare del fratello, la nipote operava in maniera esclusiva su un conto corrente cointestato, muovendo somme, effettuando prelievi di contante e – dettaglio che ha fatto scattare la misura cautelare reale – facendo sottoscrivere alla donna una polizza assicurativa sulla vita del valore di duecentomila euro. Di quella polizza, l’indagata risultava essere l’unica beneficiaria designata, e tale somma è stata puntualmente incassata dopo il decesso dell’assicurata, andando ad aggiungersi a quel milione e cento che rappresenta, allo stato degli atti, l’ammontare complessivo della provvista ritenuta illecitamente drenata.
Sono stati gli altri eredi, alla morte della donna, a ipotizzare per primi quel rilevante depauperamento del patrimonio che altrimenti, vista la situazione di grave compromissione delle facoltà mentali e fisiche della vittima, sarebbe forse rimasto sepolto sotto anni di scritture contabili mai verificate da nessuno; la loro segnalazione ha innescato la macchina investigativa che oggi, dopo mesi di accertamenti documentali, ha portato alla luce il meccanismo di sfruttamento sistematico. La difesa della nipote, stando a quanto si apprende, si prepara a presentare ricorso, sostenendo la tesi di un grosso malinteso nella gestione di quelle risorse che, a vario Titolo, sarebbero state utilizzate forse anche per far fronte alle esigenze dell’assistenza; una ricostruzione, questa, che dovrà misurarsi con l’evidenza dei movimenti bancari e delle sottoscrizioni avvenute in un momento in cui l’anziana, per la quale il ricovero era stato disposto proprio in ragione della sua non autosufficienza, difficilmente poteva esprimere un consenso consapevole.
Le ipotesi di reato e la materialità dei fatti
La procura di Bergamo ha configurato, allo stato delle indagini preliminari, due distinte fattispecie criminose: la circonvenzione di persona incapace, che punisce chi, approfittando dello stato di infermità o di deficienza psichica di un soggetto vulnerabile, lo induce a compiere atti giuridici produttivi di effetti patrimoniali dannosi; e l’autoriciclaggio, reato che colpisce la condotta di chi, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce o trasferisce in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla consumazione di quel reato. Una combinazione di capi d’imputazione che, se confermata nel prosieguo del giudizio, disegnerebbe il perimetro di un’operazione complessa, nella quale alla sottrazione dei denari si sarebbe accompagnata la loro successiva reimmissione in circuiti tali da occultarne la provenienza illecita.
Sull’altare della ricostruzione fattuale, gli investigatori hanno rinunciato a ogni enfasi, limitandosi a certificare ciò che i riscontri documentali consegnavano loro: una sequenza di prelievi, una movimentazione di titoli, la firma apposta su un contratto assicurativo da una donna che forse nemmeno comprendeva più cosa stesse sottoscrivendo. Non è emerso, dalle carte depositate, alcun elemento che lasci supporre un dissennato tenore di vita della nipote o l’acquisto di beni di evidente lusso; piuttosto, il patrimonio è stato trasferito con una pazienza certosina, nel corso di quindici anni, in modo da non sollevare sospetti immediati, un lavoro di erosione che solo il confronto tra il patrimonio atteso al momento del decesso e quello effettivamente rintracciato ha potuto rendere visibile nella sua interezza.
La necrologia e il paradosso del cordoglio
Nella necrologia pubblicata all’indomani della scomparsa di Giovanna Cortesi, il triste annuncio veniva dato dalla sorella, dalla cognata, dai nipoti e parenti tutti; tra questi, naturalmente, compariva anche il nome di L.C., la nipote oggi raggiunta dal sequestro. Un elemento, questo, che appartiene più alla sfera del paradosso umano che a quella del diritto, ma che restituisce la complessità di una vicenda in cui il confine tra l’assistenza prestata e il tornaconto personale appare, alla luce degli elementi raccolti, definitivamente valicato. I finanzieri del comando provinciale, nel dare esecuzione al decreto del giudice per le indagini preliminari, hanno materialmente apposto i sigilli su quanto ancora residuava di quel patrimonio o su quanto con quello era stato acquistato, cristallizzando una somma che corrisponde, matematica spietata, a quella che l’anziana avrebbe dovuto lasciare ai propri legittimi eredi e che invece è finita in un’unica direzione.
Il procedimento, è bene ricordarlo, si trova nella fase delle indagini preliminari e solo l’eventuale emissione di un decreto che disponga il giudizio o, in alternativa, la richiesta di archiviazione da parte del pubblico ministero potranno definire il quadro delle responsabilità; il sequestro preventivo, pur costituendo una misura gravissima che incide sulla disponibilità dei beni, non anticipa né determina alcun giudizio di colpevolezza, ma risponde all’esigenza di impedire che la libera disponibilità di quanto si assume essere il profitto del reato possa aggravarne o protrarne le conseguenze. Per quindici anni il patrimonio di Giovanna Cortesi è defluito, goccia dopo goccia, verso il conto della nipote; oggi, con la stessa pazienza certosina, la procedura esecutiva prova a riportare indietro quel fiume, nell’attesa che un giudice terzo stabilisca se si è trattato di una donazione mascherata, di un compenso per cure effettivamente prestate, o di quello che le carte dell’accusa descrivono come un sistematico saccheggio ai danni di una donna che non poteva difendersi.




