La questione dell'extraneus nel reato ministeriale e il caso Bartolozzi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’istituto della responsabilità penale dei ministri, disciplinato dall’articolo 96 della Costituzione, è al centro di un acceso dibattito giuridico e politico che trae origine dalla complessa vicenda giudiziaria che coinvolge Giusy Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio. La Bartolozzi è indagata, per il suo presunto ruolo nella spinosa operazione che portò alla liberazione e al rimpatrio del generale libico Almasri – azione giustificata dal governo con la necessità di proteggere la sicurezza degli italiani – con l’ipotesi di reato di false dichiarazioni ai pubblici ministeri. La questione di fondo, che sta dividendo gli specialisti del diritto costituzionale e alimentando aspre tensioni in Parlamento, ruota attorno alla definizione di chi, esattamente, debba essere considerato soggetto a quella peculiare procedura autorizzativa che, per i cosiddetti reati ministeriali, richiede una preventiva autorizzazione parlamentare prima di qualsiasi azione penale.
Il testo originario della Carta fondamentale prevedeva, com’è noto, un procedimento speciale che impegnava direttamente il Parlamento in seduta comune per la messa in stato d’accusa e la Corte costituzionale, in una composizione allargata, come organo giudicante. Sebbene la disciplina sia stata profondamente trasformata dalle successive riforme, il principio di una garanzia procedurale per gli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni è rimasto un cardine, sollevando ora il problema della sua possibile estensione a figure di alto profilo, come i capi di gabinetto, che pur non rivestendo la qualifica formale di ministro, operano in una posizione di strettissima prossimità e di fiducia politica con essi. Il centrodestra, sostenendo questa tesi, sta valutando la possibilità di sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale qualora le indagini sulla Bartolozzi dovessero procedere senza il vaglio preventivo del legislatore.
Dal canto suo, il ministro Nordio ha definito la vicenda “un caso esclusivamente politico, che è volutamente stato messo nelle mani della magistratura”, esprimendo così un giudizio netto sull’operato della procura e alimentando un ulteriore fronte di scontro. Questa presa di posizione, peraltro, non fa che accentuare le tensioni tra i poteri dello Stato, in un braccio di ferro i cui esiti sono tutt’altro che scontati. La Giunta delle autorizzazioni è chiamata a esprimersi su una materia di notevole delicatezza, che tocca i confini tra giurisdizione e autonomia politica dell’esecutivo.




