Piazza Affari affonda, trascinata dalle banche e dal caro-petrolio per la crisi iraniana
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Redazione Economia
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La prima seduta della settimana si è aperta all'insegna di un pesante rosso per Piazza Affari, con il FTSE Mib che, dopo un'avvio già difficile, ha visto accentuarsi le perdite nel corso delle prime ore di contrattazioni, arrivando a cedere oltre due punti e mezzo percentuale e bucando così la soglia psicologica dei 43mila punti. A trascinare verso il basso l'indice principale, che pure aveva mostrato un timidissimo tentativo di recupero nella tarda mattinata attestandosi intorno a 43.470 punti con un calo più contenuto dell'1,6%, sono stati in particolar modo i titoli del settore bancario, veri e propri termometri della fiducia degli investitori, e alcune blue chip industriali come Prysmian, quest'ultima pesantemente penalizzata da un'esposizione, secondo quanto riportato da un'analisi di Ubs, particolarmente sensibile agli effetti del conflitto in corso in Iran e alle sue ripercussioni sulle forniture elettriche a livello globale.
Il panorama che si presentava agli operatori, poco dopo le undici e quaranta, vedeva il FTSE Mib fermo a 43.419 punti con una flessione dell'1,66%, dopo aver toccato nelle ore precedenti un minimo di 42.862 punti, a testimonianza di una volatilità che non accennava a diminuire. La seduta, del resto, si inseriva in un contesto di forte turbolenza per tutti i mercati del Vecchio Continente, con Francoforte, Parigi e Madrid che registravano cali ben superiori ai due punti percentuali, in scia a quanto già accaduto nella notte sulle piazze asiatiche. È stata proprio la regione asiatica a suonare il primo campanello d'allarme: Tokyo ha subito un tracollo del 5,2%, con cali ben più marcati per Seul e Taiwan, rispettivamente del 5,96% e del 4,43%, in un'ondata di panico che i gestori hanno ricondotto senza mezzi termini alle accresciute tensioni geopolitiche in Medio Oriente.
Il detonatore di questa nuova ondata di vendite, che ha contagiato anche Hong Kong, Mumbai e Singapore con ribassi compresi tra l'1,7% e il 2,4%, è da individuarsi nell'aggravarsi della situazione iraniana, e in particolare nella nomina di Mojtaba Khamenei, figlio della precedente guida suprema, a nuovo leader del paese, un avvenimento che gli analisti interpretano come il segnale di una possibile, e temuta, estensione del conflitto. Una prospettiva, quest'ultima, che ha immediatamente fatto schizzare le quotazioni del greggio e del gas, con il petrolio WTI che ha toccato punte superiori ai 114 dollari al barile e il gas naturale ad Amsterdam volato sui massimi dal 2022, toccando i 64 euro al megawattora. Un'impennata, quella delle materie prime energetiche, che se da un lato ha sostenuto in Banca Italiana titoli come Eni e Leonardo, entrambi in territorio positivo, dall'altro ha riacceso i timori inflazionistici, portando il mercato a scommettere su un irrigidimento della politica monetaria della Banca Centrale Europea ben più deciso di quanto preventivato solo pochi giorni prima.




