La cugina di Gianni Di Vita convocata in Questura, il menù della “cena del veleno” e le zone d’ombra sul giallo di Pietracatella

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non era stata una cena come tante, quella del 23 dicembre, ma un pasto frugale, quasi un ripiego, nel quale il quotidiano si mescolava a un pericolo letale. A distanza di mesi, mentre il dolore si cristallizza in una duplice tomba, gli inquirenti provano a ricostruire ogni dettaglio di quella serata, e per farlo – visto che i netturbini hanno ormai cancellato ogni traccia fisica dai rifiuti – devono affidarsi esclusivamente alla memoria dei sopravvissuti e ai silenzi, sempre più assordanti, di chi quella cena la ricorda forse in modo troppo selettivo. Gianni Di Vita, il padre di famiglia scampato alla tossina che ha ucciso la moglie Antonella di Ielsi e la figlia Sara, ha fornito agli inquirenti una lista precisa di ciò che fu consumato intorno a quella tavola: cozze avanzate da un pranzo d’ufficio, un vasetto di giardiniera (quella classica conserva di verdure sottaceto) e affettati vari.

L’attenzione degli investigatori, coordinati dalla procuratrice Elvira Antonelli e dal capo della mobile Marco Graziano, si concentra però su un particolare che rischia di trasformare un lutto familiare in un giallo giudiziario di rara complessità. Mentre gli esami tossicologici hanno confermato la presenza di tracce di ricina – il veleno potentissimo estratto dai semi di ricino – nel sangue delle due vittime, lo stesso riscontro è risultato negativo per il padre Gianni, il che di fatto esclude che l’uomo abbia ingerito la sostanza letale in quella stessa occasione. Questa asimmetria biologica apre uno squarcio sulle dinamiche dell’avvelenamento: se le cozze e la giardiniera erano per tutti, perché il veleno ha fatto selezioni così drammatiche?

A rendere il quadro ancora più nebuloso è stata la convocazione lampo della cugina di Gianni Di Vita, finita sotto la lente della squadra mobile nel pomeriggio di giovedì 16 aprile. La donna, che già era stata sentita come persona informata sui fatti, è stata richiamata in Questura per chiarire alcune incongruenze emesse nel suo primo racconto. Stando a quanto filtra dagli ambienti investigativi, la sua versione dei fatti non combacerebbe perfettamente con quella fornita dallo stesso Gianni e dalla figlia maggiore Alice, l’unica superstite insieme al padre. Il sospetto, mai dichiarato formalmente ma che aleggia nei corridoi della Procura di Larino, è che ci sia stata una sorta di “concertazione” delle memorie, un allineamento troppo perfetto che la psicologia giudiziaria spesso considera indiziario di una verità artefatta.

Un’emergenza e un vuoto di memoria: le due versioni del padre

Uno degli aspetti che più ha colpito gli inquirenti durante i lunghi interrogatori – si parla di sei ore di audizione – è stato l’approccio ondeggiante di Di Vita riguardo agli eventi di quei giorni. Inizialmente, l’uomo aveva dichiarato di non ricordare cosa fosse stato servito la sera fatale; un vuoto di memoria che, in un contesto di omicidio premeditato, appare quanto meno sospetto. Successivamente, spinto dai legali o forse da un ricordo riaffiorato, ha invece elencato con dovizia di particolari il menù, specificando persino che le cozze erano un recupero del pranzo precedente.

Questo salto temporale nella memoria è sotto scrutinio. Non si capisce se l’oblio iniziale fosse una copertura per guadagnare tempo o se i dettagli siano emersi solo dopo un lavoro di ricostruzione mentale. La cugina, che attualmente ospita Gianni e la figlia Alice nell’abitazione di fronte a quella posta sotto sequestro (dove è avvenuto il decesso), è stata sottoposta a un pressing serrato. Gli inquirenti vogliono sapere se quella sera del 23 dicembre lei fosse presente o meno a cena. Se la sua presenza fosse confermata, e al momento lei nega recisamente, il cerchio degli “immuni” al veleno si allargherebbe inspiegabilmente, e con esso le domande sul movente.

Le cozze, la giardiniera e la pista dei cesti natalizi

L’analisi dei resti immateriali di quella cena si gioca ora su un sottile equilibrio tra chimica e opportunità. Le cozze, essendo molluschi filtratori, sono spesso veicolo di tossine naturali, ma la ricina è una sostanza che non si forma spontaneamente nei frutti di mare: dev’essere aggiunta, manipolata, quasi “somministrata” con una precisa volontà omicida. Il vasetto di giardiniera, acquistato o ricevuto in omaggio, rappresenta un altro potenziale cavallo di Troia. Gli inquirenti stanno scandagliando la possibilità che il veleno fosse contenuto in uno di quei barattoli, magari parte di un cesto natalizio ricevuto nei giorni precedenti.

Antonella, rientrata tardi dallo studio professionale che condivideva con il marito, non aveva avuto voglia di cucinare, e così si era arrangiata con quello che il frigorifero offriva. Questa casualità, se così si può definire, rende il quadro ancora più drammatico: se il bersaglio era la madre, la figlia quindicenne è stata una vittima collaterale della stessa pietanza. Il fratello di Antonella ha escluso, almeno pubblicamente, responsabilità del cognato, dichiarando che “mio cognato e mia nipote non farebbero mai del male”, ma le indagini procedono su un doppio binario che non trascura né l’ambiente familiare né eventuali rancori esterni legati alla professione di commercialista o alla carriera politica dell’ex sindaco.

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